Sale a 53 vittime la missione afgana

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Di Daniele Rocchi

Rientravano nella base di Farah, dopo aver svolto attività in sostegno alle unità dell’esercito afgano, i militari italiani oggetto questa mattina (ore 7 italiane), di un attacco da parte di “elementi ostili”, che ha provocato tre feriti e la morte del capitano Giuseppe La Rosa nato nel 1982 a Barcellona Pozzo di Gotto (Me), effettivo al 3° reggimento Bersaglieri della Brigata Sassari di stanza a Capo Teulada. Celibe, lascia i genitori e due fratelli. Sale così a 53 il numero dei soldati italiani morti in Afghanistan dal 2004, anno in cui è iniziata la missione Isaf. Al momento non è stato ancora comunicato il giorno del rientro in Italia della salma e quello dei funerali.

“Solare e disponibile”. Il Lince su cui viaggiavano, appartenente a un convoglio del Military Advisor Team della Transition Support Unit South (Tsu South), è stato centrato dal lancio di un ordigno. Secondo i talebani, che hanno rivendicato l’attentato, a colpire sarebbe stato un “coraggioso, eroico ragazzino afgano di 11 anni”. In precedenza, tuttavia, il portavoce del governo provinciale di Farah, Abdul Rahman Zhawandai, aveva citato testimoni che avevano detto di aver visto un uomo adulto lanciare la bomba e poi fuggire tra la folla di un vicino mercato. I tre feriti, quello più grave è un maresciallo subito sottoposto a intervento chirurgico nell’ospedale di Farah, “non sono in pericolo di vita”, come confermato dallo Stato maggiore della Difesa. Per La Rosa, si trattava della terza missione in Afghanistan. A settembre sarebbe dovuto tornare a casa. I suoi commilitoni lo descrivono come un “ufficiale solare, sempre disponibile. Professionalmente preparato, bene si era inserito nella realtà del Reggimento”. Attualmente era addetto all’Ufficio operazioni e addestramento del 3° Reggimento bersaglieri di Capo Teulada. Dal 2007 al 2009 il capitano era stato in missione in Kosovo. L’ufficiale aveva frequentato il 183° corso Lealtà dell’accademia di Modena e i suoi compagni lo ricordano come “ragazzo dai grandi valori, sempre scherzoso e disponibile nei confronti degli altri. Amava la famiglia, gli amici e il suo lavoro, era infatti entrato giovanissimo all’accademia militare di Modena”.

Il cordoglio delle Istituzioni. “Appresa con profonda commozione la notizia del tragico attentato” il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso “i suoi sentimenti di solidale partecipazione al dolore dei familiari del caduto, rendendosi interprete del profondo cordoglio del Paese” e formulato “l’accorato auspicio che i militari feriti nell’attacco possano superare questo momento critico”. Anche il presidente del Senato Pietro Grasso, ha voluto mostrare la sua vicinanza alle famiglie dei militari coinvolti nell’attentato. “Esprimo il mio cordoglio alle famiglie. Continuiamo a pagare un pesante tributo a costruire la stabilizzazione di quell’area. Faccio i miei auguri di pronta guarigione ai feriti ed invio un ringraziamento a chi opera ad Herat e Kabul dove ci sono i nostri militari”. Solidarietà e vicinanza anche dal presidente della Camera, Laura Boldrini, dal premier Enrico Letta, che parla di “sacrificio lancinante” e dal ministro della Difesa, Mario Mauro.

La preghiera della Chiesa Ordinariato. “Nulla di quanto è stato seminato andrà perduto. Il dolore è inesprimibile e avverto che la sofferenza ogni volta incide sempre più profondamente nel cuore e nella mente”. Sono le parole dell’arcivescovo ordinario militare per l’Italia, monsignor Vincenzo Pelvi, rilasciate al Sir una volta appresa la notizia dell’attentato. “Nulla andrà perduto del sacrificio e delle lacrime versate per questo. Gesù ci ha insegnato che la salvezza e la gioia del mondo passano attraverso il crogiuolo delle lacrime. Preghiamo perché le ferite diventino feritoie attraverso cui possa passare la speranza”. Mons. Pelvi ha poi richiamato le parole di Papa Francesco che giusto domenica scorsa, in una celebrazione riservata ai familiari dei militari italiani morti in missioni internazionali, aveva detto che le guerre sono sempre una follia! Tutto si perde con la guerra! Tutto si guadagna con la pace!”. Parole per il vescovo castrense di “stringente e struggente attualità. La guerra resta una follia incomprensibile se posta in rapporto alla logica di prossimità tipica dell’uomo. Le missioni vogliono diventare una coraggiosa seminagione di sicurezza e di serenità tra persone in terre che non conoscono il dono della pace”. “L’uomo – ha concluso mons. Pelvi – ha bisogno di realizzarsi nella generosità e nella concordia e solidarietà, non possiamo fermarci alle prove dolorose della vita. Dietro le guerre c’è egoismo, per cui ci sentiamo responsabili come nazioni di un progetto di civiltà di amore da lanciare come sogno dei credenti”.

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