Se, come e quando la famiglia fa notizia

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di Lorena Leonardi

“Il discorso pubblico sulla famiglia può essere costruito a partire da tre prospettive: parlare della famiglia, parlare alla famiglia, far parlare la famiglia”. Così Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, ha aperto ieri alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma il seminario su “Raccontare la famiglia: sfide e opportunità per l’associazionismo”.
Restituire voce alle famiglie. Se comunicare la famiglia è “complesso”, diventa “particolarmente difficile”, secondo Belletti, “sulla scena pubblica” perché “riferirsi alla comunicazione istituzionale significa riflettere sul modo in cui la rappresentanza della famiglia riesce a raggiungere in modo convincente cittadini, attori sociali e decisori attraverso i media”. Quella costruita tra famiglie, associazioni, comunicatori e policy makers si configura dunque come una “triangolazione dove purtroppo il lato debole” è costituito proprio dalle famiglie, “sia per la capacità di fare lobby” che di utilizzare “i differenti codici” e le “grammatiche comunicative”. La “grande sfida” è “restituire voce alle famiglie” e, ha concluso il presidente del Forum, “rappresentarle di fronte ai sistemi di potere”.

Il potere di indicare le priorità. Della comunicazione istituzionale ha parlato José Marìa La Porte, docente di Fondamenti della Comunicazione istituzionale all’Università della Santa Croce, sottolineando come le istituzioni che promuovono la famiglia “potrebbero disegnare piani di comunicazione articolati intorno a tre pilastri: la preoccupazione del bene comune, l’offerta di nuove idee agli agenti sociali e politici, la presentazione adeguata di quelle idee nella spera pubblica, in modo realistico e propositivo”. Sulla funzione di “agenda” svolta dai media si è soffermato Norberto Gonzàlez Gaitano, docente di Opinione pubblica presso l’ateneo pontificio: “I media – ha spiegato – ci dicono su cosa pensare piuttosto che cosa o come pensare. Così additano le priorità nello spazio pubblico: chi indica le priorità detiene un grande potere, incluso quello di escludere taluni argomenti dal dibattito”. In tale contesto riveste un ruolo particolare il “frame”, dal momento che il modo di inquadrare gli argomenti, spesso indipendente dal ruolo dei giornalisti, che si basano sui “luoghi comuni” del discorso pubblico, “porta con sé un orientamento valoriale del problema, delle cause e delle possibili soluzioni”.

Il bisogno di una sana media education. Sul “bisogno di persone competenti nella comunicazione delle associazioni, che si assumano le giuste responsabilità” si è soffermata Maria Mussi Bollini, vicedirettore di RaiRagazzi e RaiGulp: “Gli strumenti di comunicazione sociale sono presenti in famiglia e in casa, la tv propone immagini con storie e modelli che raccontano e drammatizzano. Un film visto insieme può coinvolgere, e parlarne insieme diventa strumento di crescita”. A patto che questo avvenga in una famiglia in cui i genitori siano “autorevoli, non autoritari”, in grado di “offrire un bagaglio di valori per cui i ragazzi sappiano discernere: solo con una sana media education si può lavorare per migliorare il rapporto con gli strumenti”. “La creatività – ha aggiunto il regista Franco Muraca – si innesca da sé se c’è il bisogno di raccontare. Occorrono persone capaci di darsi compiutamente all’idea che batte nel loro cuore”.

Il racconto della carta stampata. Sul modo in cui la famiglia “fa notizia” è intervenuto il caporedattore di “Avvenire”,Luciano Moia: “Non pretendiamo che i quotidiani facciano pastorale famigliare, ma che guardino la realtà in modo non ideologico, avendo a cuore il bene comune”. La famiglia, “architrave della società”, merita attenzione, anche perché “non è mai causa ma vittima di atteggiamenti culturali che scambiano la libertà con la sregolatezza”. Secondo Moia “nessun quotidiano, soprattutto su un tema sensibile come la famiglia, si pone in modo neutro. E chiamare i fatti di sangue ‘delitti famigliari’, sarà giornalisticamente efficace, ma getta ombre sulla famiglia”. In questo senso occorre insistere nell’offrire una visione antropologica diversa, che parli della “bontà della famiglia unita”. L’approccio dei quotidiani “cosiddetti laici” si pone, ha spiegato, su tre livelli: “proposizione di dettagli macabri e morbosi, tentativo di approfondimento psicologico. Poi, a volte, si accenna alla mediazione famigliare, vista come una maniera per separarsi in maniera civile. Si tratta di un approccio sbagliato, cui manca il coraggio e la capacità di soffermarsi sui modi per prevenire questi episodi”.

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