La sterilità: una menomazione o un’opportunità?

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Foto di archivio

DIOCESI – Molte coppie al giorno d’oggi sono sterili, sarà quello che mangiamo, sarà l’aria, sarà lo stress, sarà come sarà, ma certo questo fenomeno sta aumentando.
Solitamente soprattutto la donna vive la situazione molto male, il fatto di non vivere su di se’ e dentro di se’ la gravidanza viene vissuta come una menomazione, una mancanza grave.
Allora la coppia si rivolge ad amici, che consigliano quei centri per curare la sterilità, molto dispendiosi, che bombardano la donna di ormoni. Quando anche questa risorsa fallisce, c’è quella della fecondazione assistita, che molto spesso- anche se non molti lo sanno – fallisce e svuota il…portafoglio, oltre ai forti dubbi etici che ..suscita. La donna ne esce distrutta sia sul piano psicologico, che fisico: devastata da cure ormonali, gonfiata, amareggiata dal fallimento delle gravidanze indotte. Spesso non ci si rende nemmeno conto che in realtà ogni gravidanza “forzata” e poi fallita equivale alla morte di un figlio, di una persona.
Così si prova, si prova, si prova con ostinazione, noncuranti delle… perdite sul campo, finchè sfiniti, si rinuncia. La natura ha vinto: non si avranno mai figli naturali. La coppia molto spesso, sfibrata anche dall’esborso di denaro, accetta la cosa e si adatta alla situazione. Ma perché non prendere la palla al balzo subito, senza questi passaggi forzati, ad un’adozione?
No, troppo impegnativa. E se poi va male? Molti hanno avuto problemi con i bambini adottati, non sono mai figli tuoi”, spesso è questa la risposta standard. A cui potremmo controbattere: ma perché, quando si resta incinte, forse sappiamo se il figlio che nascerà sarà sano? Lo sanno bene tutte le donne che hanno avuto una o più gravidanze, quante preghiere, quante paure, quante ansie si vivono…in attesa che nasca il bimbo. E allora?
Perché non dare la disponibilità ad un’adozione? Basta rivolgersi ai servizi sociali territoriali, dare la propria disponibilità, iniziare un percorso di formazione e scegliere o l’adozione nazionale o quella internazionale. Nel primo caso, saranno i servizi sociali, dopo la valutazione psico-attitudinale e fisica della coppia, a contattare il Tribunale per i Minorenni, che non appena avrà la disponibilità, avuto l’ok dai servizi sociali, contatterà la coppia per abbinarla ad un minore adottabile. Nel secondo caso, ossia dell’adozione internazionale, sempre tramite i servizi sociali, bisogna farsi rilasciare una serie di indirizzi e contatti di associazioni approvate che sono in contatto con orfanotrofi in vari Paesi.
E’ necessario intraprendere un percorso anche lì, che in genere dura un annetto, poi ci sarà l’abbinamento con il bambino e si andrà a “conoscerlo” nel suo Paese direttamente in orfanotrofio. Un altro percorso è quello dell’affido, che è completamente diverso dall’adozione, perché il minore ha una sua famiglia, alla quale è stato tolto da un giudice per vari motivi di inadeguatezza. Dato che in Italia non esistono più gli orfanotrofi, ma le case-famiglia, il bimbo viene collocato lì, amenochè ci sia una famiglia affidataria disponibile ad accoglierlo, per un tempo massimo di due anni, rinnovabili. L’affido è finalizzato al ritorno del minore nella sua famiglia di origine o, se questo non è possibile, comunque il bambino rimarrà in contatto con i genitori naturali, anche se avrà contatti solo protetti con loro, cioè alla presenza dei servizi sociali.
L’affido richiede un amore donato al 300% senza ritorno e senza egoismo, perché il “genitore” affidatario sa di non essere il vero genitore del bambino, non potrà mai essere chiamato “mamma” o “papà”, il figlio non sarà mai suo, inoltre il giudice potrà decidere di togliere il bambino in qualsiasi momento, anche se in molti casi l’affido si protrae fino ai 18 anni . Se solo si avesse più fede, forse si accetterebbe che la sterilità in una coppia potrebbe essere un segno di Dio, per chiamare a compiere un’opera di bene per un bambino abbandonato.

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