Scricchiola l’impero di Google

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Google è un gigante dai piedi di argilla e il suo potere sta cominciando a scricchiolare. In Usa se ne sono accorti da tempo ed è già iniziata la fuga. Crollano i valori di vendita degli spazi pubblicitari, scappano le star di Youtube (l’aggregatore di video controllato da Google), i social network (il web 2.0) stanno rosicchiando fette di mercato importante, i competitor studiano motori di ricerca alternativi di tipo semantico (il web 3.0) e le major di cinema e tv già da tempo si stanno attrezzando per agire autonomamente sul web. La rivoluzione è silenziosa ma inesorabile con un effetto valanga di cui oggi si possono solo intuire i contorni ma non l’esito finale.

Il caso della star di Youtube, Philippe Defranco. Il caso più eclatante e più recente è quello del re delle star di Youtube Usa, Philip Defranco, un ragazzo che ha fatto registrare un miliardo di views dal 2006 ad oggi. La scorsa settimana Defranco ha deciso di unirsi a Discovery Communications Inc.’s, uno dei più grandi network televisivi mondiali, tagliando in questo modo il cordone ombelicale che lo aveva legato a Youtube fin dall’inizio del suo successo. “Sarò in un team che guarderà alla qualità oltre che alla quantità”, ha detto Defranco al Los Angeles Time.

La quantità a scapito della qualità. L’asset principale di Google (e di Youtube, di Gmail e di GooglePlus) da sempre è proprio il teorema della “quantità”. Più dati, più video, più ricerche, più solidità nella posizione di monopolio conquistata, più guadagni. Ma è proprio la quantità, cresciuta a dismisura, che adesso rischia di schiacciarlo. La grande mole di informazioni e di video che Google ha raccolto e continua a raccogliere ogni giorno direttamente e attraverso Youtube, Gmail e GooglePlus, sta cominciando a creare più di un problema anche all’utente finale. Secondo il rapporto annuale “World Press Trends” il tempo passato sui siti di informazione diminuisce in via proporzionale all’aumento dell’offerta di contenuti e paradossalmente anche all’aumento della platea di lettori.

Problemi anche per la raccolta pubblicitaria. Alcuni macrodati economici sono inequivocabili. Il CPM (costo per mille), l’indicatore del valore di acquisto degli spazi pubblicitari sul web, sulle pagine di Youtube dall’inizio dell’anno è passato da 9,6$ a 6,3$. Un calo che sembra anche il sintomo di una crescente diffidenza del mondo della comunicazione nei confronti di Google. Per ogni ricerca su Google i risultati sono ormai diventati troppi e troppo disordinati. In alcuni Paesi l’utilizzo di Google è stato addirittura vietato per la scarsa trasparenza sugli algoritmi che privilegiano alcuni risultati rispetto ad altri. La nuova frontiera del web 3.0 con motori di ricerca di tipo semantico sta così cominciando ad attirare un numero crescente di investitori. Le pubblicità invece stanno già migrando sui social network del web 2.0: Facebook, Twitter e tutti gli altri sono diventati anche la piattaforma preferita dai più giovani per raccogliere informazioni sull’attualità.

Se Major ed editori staccassero la spina, Google crollerebbe. Su Youtube sono ormai più di un milione e mezzo i canali tematici “partner” che dovrebbero godere di un trattamento privilegiato nella partecipazione agli utili dei proventi pubblicitari. Veramente troppi per un rapporto esclusivo mentre continua a crescere il numero dei giovani che “sperano” nella visibilità e che sbarcano sulla piattaforma con i loro video fatti in casa. Un sistema che sembra un po’ fuori controllo e che ormai non è più in grado di garantire la qualità del prodotto. Per questo motivo le Major di cinema e tv, nonostante continuino a mostrare un discreto interesse per le potenzialità di marketing di Youtube (che, però, gli esperti considerano sopravalutate) hanno da tempo invaso il web con proprie piattaforme di video on demand come Hulu o Netflix. Se decidessero, da un giorno all’altro, di togliere tutti i propri contenuti di qualità da Youtube, il sistema di Google collasserebbe in un attimo. Una minaccia che gli editori di news hanno già lanciato sul mercato. Facendo tremare il gigante dai piedi di argilla

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