Clonazione

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“Tutti i cloni – o studenti, come preferivamo chiamarvi noi – esistevano soltanto per rifornire la scienza medica.
All’inizio, dopo la guerra, è ciò che rappresentavate per la maggior parte delle persone. Degli oggetti indistinti in una provetta per i test”. Già da queste poche righe è possibile riconoscere una delle distopie più famose degli ultimi anni: “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro. Vi si narra l’amicizia di tre ragazzi, Kathy, Tommy e Ruth, che vivono nel collegio di Hailsham, immerso nel verde della campagna inglese.
Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani, e crescono insieme ai compagni, accuditi da un gruppo di tutori che si occupano della loro educazione. Ma l’ambiente idilliaco nasconde la realtà: tutti gli allievi di Hailsham sono destinati a divenire “donatori”. Sono cloni umani creati in laboratorio al solo scopo di “donare” i propri organi.
Fantascienza? Forse, ma la trama del romanzo, da cui né stato tratto anche un bel film, non può non tornare in mente quando su tutti i giornali risuona trionfante la grancassa dell’avvenuta clonazione umana. E poco importa che poi siano giunte ai giornali la scoperta dei bluff, le smentite, le imprecisioni, gli errori.
Ormai nelle orecchie di tutti erano rimaste le parole magiche: clonazione terapeutica. Già, perché se cloniamo un embrione umano è solo per curare malattie disumane, vero?
E poi, suvvia, gli scienziati ci dicono che in fondo si tratta solo un mucchietto di cellule che possono utilmente essere impiegate per la ricerca scientifica, per far crescere tessuti e organi in provetta. Però, però, però… Non fosse che le cellule di cui si parla con tanta disinvoltura sono le stesse cellule che formano un essere umano, unico e irripetibile. Un altro uomo come noi, solo molto, molto giovane.
Nessuna potenziale (e tutta da dimostrare) opzione terapeutica può giustificare il sacrificio di uno di noi, oltretutto senza il suo consenso.
Se si lascia passare con noncuranza l’idea che sia eticamente giusto usare esseri umani allo stadio embrionale per “curare” un numero imprecisato e indefinito di patologie, che cosa vieta che, in un futuro nemmeno così lontano, si cominci a pensare che sia lecito spostare un po’ più in avanti il numero dei giorni di sviluppo dell’embrione? Perché fermarsi al quindicesimo, quando compare la stria? Perché non proseguire ancora un po’, che così il “campione biologico” si sviluppa meglio e le cellule sono più avanzate? E perché non portarlo fino a completo sviluppo, o addirittura alla nascita? Domande tutt’altro che oziose, che sono state provocatoriamente sollevate in opposizione a certa scienza “disinvolta” anche durante il recente convegno sulle cellule staminali adulte organizzato dal Pontificio consiglio per la cultura.
Dare incondizionato seguito al giustificazionismo terapeutico, trascina con sé l’inevitabile caduta di ogni barriera etica e antropologica. E, un giorno, qualcuno dirà ad alta voce che possono esserci uomini meno uomini di altri, da usare come pezzi di ricambio per chi può permetterselo, come già avviene per l’orrenda tratta del commercio di organi. La risposta a chi grida alla libertà di ricerca e al bavaglio oscurantista non è per nulla confessionale ed è già tutta nelle pagine di Ishiguro: “Non c’era modo di invertire il processo.
Come si può chiedere a un mondo che è arrivato a considerare il cancro come malattia curabile, come si può chiedere a un mondo simile di accantonare la cura, di tornare all’età infelice dell’impossibilità? Non c’era più modo di invertire la rotta”.

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