Comunità Papa Giovanni XXIII

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

di Alessandra Leardini

Nella loro capacità di accogliere e dare un’opportunità di riscatto a migliaia di malati, ragazzi di strada, ex detenuti e tossicodipendenti, persone provenienti da situazioni di fortissimo disagio, le case famiglia rappresentano una risposta alternativa e qualitativamente certificata al problema dell’emarginazione sociale.
Quelle gestite dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, 340 nei cinque continenti e 251 in Italia, sono a fianco degli ultimi da quarant’anni. Per festeggiare il compleanno e per riflettere sul quadro normativo, ancora carente, in cui queste strutture si trovano ad operare, l’associazione fondata da don Oreste Benzi ha organizzato il 31 maggio alla Fiera di Rimini il convegno “Una famiglia per tutti”. Tante le storie di chi, in queste famiglie, ha aperto le porte. Tante quelle di chi è stato accolto e ha avuto la possibilità di scoprire una nuova vita. Tanti i riscontri positivi da parte dei giudici, medici, psicologi e pedagogisti intervenuti, a testimonianza di come, dopo quattro decenni, i risultati di questo modello educativo, siano sotto gli occhi di tutti.

La prima fu Casa Betania. Sono numerosi i frutti seminati da quando le intuizioni di don Benzi su come rispondere ai poveri che bussavano alla porta, trovarono espressione nella nascita della prima struttura a Coriano, nel maggio 1973. Dalla fondazione di Casa Betania queste strutture si sono moltiplicate ma sempre rispettando un principio fondamentale: il loro essere una famiglia a tutti gli effetti, fondata da un padre e una madre. È questo aspetto, come spiega il segretario generale della Comunità Papa Giovanni XXIII, Giovanni Paolo Ramonda, a garantire la loro identità educativa e pedagogica: “Le nostre case famiglia producono benessere relazionale e sociale. Ci sono bambini che arrivano in stato vegetativo e che nelle nostre realtà iniziano a comunicare. Decine di migliaia di ragazzi vi hanno ritrovato una loro dignità e stima in se stessi, sono diventati nuovamente una risorsa per la società”.

Stop alla sperimentazione. Nonostante i risultati conseguiti in quarant’anni, tuttavia, queste famiglie non hanno ancora un loro riconoscimento giuridico in grado di tutelarle da altri fenomeni di emulazione. “È arrivato il momento di dire basta alla sperimentazione. Le case famiglia vengono riconosciute solo in alcune regioni come Piemonte ed Emilia Romagna – prosegue Ramonda -. Quel che occorre è una legge nazionale che definisca i requisiti essenziali e imprescindibili. Solo così la casa famiglia potrà diventare una vera famiglia sostitutiva”. Questo modello educativo consente anche allo Stato un risparmio economico non indifferente rispetto ad altre realtà di accoglienza, dai centri di riabilitazione alle comunità per minori. Quasi la metà dei minori accolti vengono seguiti gratuitamente. Un caso eclatante è la Puglia dove sono erogati 50 centesimi al giorni per gli ospiti di queste famiglie, appena 125 euro al mese per minori portatori di handicap. “Chiediamo che venga riconosciuto il mantenimento di queste persone che – avverte Ramonda -, in strutture diverse dalle nostre famiglie, hanno un costo per lo Stato fino a cinque-sei volte superiore”.

I numeri. Secondo il rapporto “Un tesoro in vasi di Creta” presentato durante il convegno, nel mondo le case famiglia sono 340, in Italia 251. A queste si aggiungono 51 case di pronta accoglienza, 14 di accoglienza e fraternità, 7 di accoglienza e preghiera, per un totale di 323 strutture. All’estero le strutture della Comunità sono invece 90, in 21 Paesi nei 5 continenti. Più di 600 i bambini e i ragazzi di strada che ricevono ogni giorno un rifugio. I minori in generale sono 882 e l’80% resta anche dopo i 18 anni. Gli adulti accolti sono 1.470, circa il 23% dei quali sono nati in un Paese extraeuropeo. L’età media è di 25 anni. Fondamentale risulta il volontariato: dal 2006 (anno successivo all’abolizione della leva obbligatoria) ad oggi, 450 giovani hanno dedicato un anno di servizio civile volontario alle case famiglia della Comunità in Italia; 250 all’estero. E circa 3mila sono stati, dal 1975 al 2005, gli obiettori di coscienza in servizio civile sostitutivo in queste realtà.

Le testimonianze. “Legalità è condividere valori centrati sull’etica che appartiene a una società, per questo la famiglia è la palestra ideale per la diffusione di questi valori. Per questo le case famiglia della Papa Giovanni XXIII vanno ringraziate”. Lo ha detto Serenella Pesarin, rappresentante del Ministero della giustizia e direttore generale per l’attuazione dei provvedimenti giudiziari. Anche monsignor Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, ha sottolineato l’importanza di queste realtà: “Tutta la Chiesa, non solo quella italiana, ha un debito nei confronti di don Oreste: l’aver edificato una famiglia dove questa non c’era. Una vera e propria profezia soprattutto oggi, in un mondo in cui assistiamo a una evaporazione del ruolo del padre”. “Ci ricordiamo dei nostri giovani solo nei drammi quotidiani – ha aggiunto -, in genere ci si raccoglie intorno a loro solo nei funerali. Il problema è prima: è la famiglia che non c’è. Stiamo costruendo un mondo di individui che vivono solo per sé. Tuttavia la famiglia resta il cardine della società e di essa hanno bisogno soprattutto i più deboli. Laddove tante famiglie si stanno disgregando abbiamo bisogno di nuove famiglie che nascano, come le case famiglia della Papa Giovanni”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *