Giù le mani dalle femmine!

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Di Cristina Dobner

Lo sgomento e l’orrore che coglie ad ogni notizia di violenza su di una femmina, sia essa donna, ragazza o, ancor peggio, bimba, lascia un’ombra di tristezza che con difficoltà si incanala nel quotidiano vivere. Nascere e crescere femmina comporta questo rischio che può assumere forme così truci come quella efferata che ha colpito Fabiana oppure forme più silenti come quelle di una madre alle prese con un marito e padre picchiatore.
Eppure, nascere femmina è un dono pari a quello di nascere maschio, perché entrambi nati da un amore custodito da padre e madre, entrambi inseriti in una società il cui spazio vitale diventa armonico solo nell’interagire costante di una femmina che diventa donna e di un maschio che diventa uomo.
È la violenza il grande dramma e il suo scatenarsi un’autentica catastrofe che mina dal di dentro ogni possibilità di crescita personale, familiare e sociale.
Ben venga la Convenzione di Istanbul che, finalmente, ha trovato la risposta unanime dei rappresentanti politici italiani, rimane però l’interrogativo di fondo: come contrastare, come prevenire la violenza?
Il rimando corre alla mentalità creatasi nei secoli e da cui non si esce se non con proposte chiare e nitide che creino una mentalità altra.
Il primo passo non è l’omologazione della femmina con il maschio, in parità di forza, perché altrimenti dovremmo ricorrere al body building e rispondere a muscolo maschile con muscolo femminile. In realtà esemplari femmine capaci di atterrare un esemplare maschio esistono. È questa però la strada di una convivenza? Di un’armonia fra i sessi?
Il rispetto per la persona passa per altri parametri che dovrebbero rispondere prima ad una concezione puramente laica, dove per laico si intenda chi si consideri svincolato da una religione, per poi riscoprirsi pienamente inseriti in un ambito in cui l’Altissimo, il Creatore, li crea entrambi uomo e donna, dona loro la creazione e li guida in un cammino nella storia dove vuole che regni lo Shalom, la pace, non la violenza.
La Convenzione di Istanbul da segnale di ricezione di uno stato di violenza che si perpetra continuamente, deve diventare strumento attivo di mutamento di mentalità.
Individuare le radici della violenza nella persona, il loro scatenarsi, le dinamiche e le strutture sociali che la permettono, è un compito immane. Non potrà trovare ed inventare soluzioni o rimedi, almeno parziali, se mancherà la collaborazione di ciascuno e di ciascuna.
Da dove partire? Dalla famiglia, dove uomo e donna consapevolmente e per amore si amano e si rispettano, creando, se si vuole un microcosmo circoscritto, in realtà una cellula viva, capace di contagiarne altre.
I figli se educati in un clima di pace che sappia contenere e dare nome alle tensioni risolvendole, saranno capaci di inserirsi nella scuola, nel lavoro, nelle loro posizioni sociali, diventando portatori di novità. I costumi, finalmente, potranno mutare e non saranno tacciati di vetustà e miopia cristiana ma presa diretta sulla realtà comune a tutti, a chiunque si sappia persona umana e non essere umano in una preda a furie bestiali.
I comitati statali, le équipes di lavoro, i team di esperti, indubbiamente sono chiamati a confrontarsi, a capire e a comprendere. Chi però dovrà poi, concretamente, tradurli sul piano del rapporto comune, quotidiano?
Il lavoro è capillare, si attua non con denunce ma con operosità minuta, perché riferita ad ogni singola persona.
Il lessico può mutare ed è importante il linguaggio nuovo, c’è da chiedersi se è portatore, davvero, di segnali o spie di novità: genitori cancellando padre e madre? quale il contenuto?
Se non ci si sa amati e non ci si riconosce amati, mai si saprà amare, tutto sarà letto da un’ottica che, al primo rifiuto, si ritrova in preda a forze incontrollate e distruttive.
Ogni cambiamento, ogni conversione, richiede la cessione del proprio egoismo, il riconoscimento di saperci creati e non gettati nel tempo ma seguiti ed amati perché ciascuno e ciascuna raggiunga la Bellezza del Figlio.

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