Albania, dove si prega nel vecchio cinema del regime comunista

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Di Vincenzo Corrado

“Diario di periferia”. Non è il titolo di un film, anche se la storia raccontata si presterebbe molto bene a un soggetto cinematografico. “Diario di periferia” è la realtà viva di una città, è il vissuto di tante persone che cercano di ritornare a sperare dopo decenni di difficoltà. Siamo in Albania, a Kamëz precisamente, 7 km a nord della capitale Tirana. Ripercorrerne la storia degli ultimi anni è come rivivere le vicende del Paese. Ma, d’altronde, in Albania, ogni città è il paradigma, nel bene e nel male, della faticosa rinascita seguita al crollo del comunismo agli inizi degli anni Novanta. In quel periodo Kamëz contava grosso modo 5mila abitanti, oggi sono circa 100mila, frutto di una migrazione interna post-comunista. Negli ultimi tempi questa zona ha conosciuto una crescita economica, non tale però da risolvere tutti i problemi sociali. Permane, infatti, un alto tasso di criminalità, anche minorile. La popolazione ancora non è molto integrata nella realtà urbana. La disoccupazione e la povertà restano i problemi principali per i giovani e per le famiglie. E sono proprio loro i principali protagonisti del “diario di periferia” che ogni giorno, da tre anni, “scrive” don Gjergj Meta, parroco di san Giovanni Maria Vianney, la chiesa parrocchiale della città. “Ho intitolato io la parrocchia a Vianney”, confida al Sir, aggiungendo: “L’arrivo a Kamëz ha rappresentato, per me, un momento di rinascita nel ministero”.

Un ex-cinema come parrocchia. “La chiesa parrocchiale – racconta don Meta – è un ex-cinema del regime comunista. Annessi ci sono i locali della parrocchia e la casa canonica, che al tempo del regime erano il palazzo della cultura”. La vita parrocchiale è concentrata, in modo particolare, nel fine settimana, dal venerdì alla domenica. “Negli altri giorni, oltre alla Messa quotidiana, ci sono le classi del catechismo e l’incontro con le persone che hanno bisogno del parroco”. I locali della parrocchia, puntualizza il sacerdote, “sono a disposizione di giovani e bambini, per i quali sono pensate diverse attività di animazione, tenute ogni settimana da un gruppo di circa 40 animatori. È un gran bel servizio per la comunità, anche dal punto di vista sociale”. Comunque sia, “la domenica rimane il cuore della nostra vita parrocchiale con la liturgia e l’incontro con le persone all’uscita dalla chiesa. È un momento di grazia e testimonianza per una zona in cui circa l’80% della popolazione non è cattolica”.

Le povertà della città. “Essere parroco in una città di periferia – confida don Gjergj – è per me una rinascita quotidiana nel ministero sacerdotale. La vita delle persone e delle famiglie sono un interrogativo costante e un invito a pronunciare, ogni giorno, quell’‘eccomi’ detto durante l’ordinazione presbiterale”. A Kamëz “ho trovato tanta fede e buona volontà nelle persone. In questi tre anni, insieme, abbiamo vissuto momenti belli e difficili”. Per me, ribadisce don Meta, “essere parroco in periferia vuol dire, prima di tutto, stare tra la gente, condividerne la vita, ascoltarne i vissuti, imparare da loro, dalle loro storie e mettersi a loro servizio, nel nome di Gesù”. Per questo, ora “posso dire che i poveri mi hanno evangelizzato”. E qui, spiega, di povertà “ce ne sono tante”. Su tutte, quella materiale: “Non siamo più negli anni Novanta, appena usciti dal comunismo, con situazioni estreme, ma i problemi sono ancora tutti lì: disoccupazione giovanile, violenza sulle donne, mancanza totale di operatori sociali in casi di disagio, delinquenza minorile. Molte di queste povertà appesantiscono la vita della periferia, con contraccolpi sulla famiglia che attualmente è in grave difficoltà per la qualità di vita. Ciò si ripercuote, poi, sull’educazione e sulla formazione dei giovani, in modo particolare gli adolescenti”.

L’invito del Papa. Anche a Kamëz è giunta l’eco delle parole di Papa Francesco che invita “la Chiesa a uscire da se stessa e dirigersi verso le periferie, non solo quelle geografiche ma anche quelle esistenziali”. “Il Papa – dice il parroco – richiama l’attenzione delle comunità ecclesiali, presenti sul territorio, a rispondere alle situazioni di povertà, materiali e spirituali. Dobbiamo fare di più, essere maggiormente presenti nella vita e nel vissuto delle persone”. Nelle periferie “siamo chiamati a essere sale e luce, cioè a dare sapore e ad aiutare le persone a orientarsi mediante la luce che viene dalla nostra fede”. Ed è proprio quello che si cerca di fare nella parrocchia albanese di san Giovanni Maria Vianney. “Come insegna il Papa – afferma don Meta -, vogliamo essere una voce profetica in difesa dei poveri, ma soprattutto nel servizio verso di loro, con una duplice attenzione: constatare la realtà, a volte, nella sua crudeltà e miseria, ma poi trovare note e motivi di speranza, soprattutto per le nuove generazioni”. Per il resto, conclude, “il futuro è nelle mani di Dio e delle persone che amano la loro vita e quella degli altri, impegnandosi per una società più umana. Noi, qui, a Kamëz, viviamo in una realtà multiculturale e multireligiosa. Nell’incontro con le persone, quotidianamente, cerchiamo di dialogare, senza pregiudizi o assolutismi, desiderosi di vivere insieme per il bene delle generazioni future. In questa direzione va anche l’evangelizzazione, con una presenza che testimonia il Vangelo con la vita e non solo con le parole”. Ed è questa la testimonianza viva di un “diario di periferia”.

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