Il mercato tiranno specula sul cibo

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Di Patrizia Caiffa

È di pochi giorni fa l’appello di Papa Francesco al “ritorno dell’etica in favore dell’uomo nella realtà finanziaria ed economica”, contro quella che ha definito la “tirannia invisibile” del mercato. Un tema su cui Caritas italiana è fortemente impegnata, nell’ambito del suo lavoro pastorale ed educativo. Ieri pomeriggio ha presentato, nel suo animatissimo stand a Terra Futura – la mostra mercato delle buone prassi di sostenibilità economica, sociale ed ambientale in corso fino a domani alla Fortezza da Basso di Firenze -, il suo ultimo sussidio su “Finanza e speculazione o cura del bene comune?” (Edb, 2012). Una pubblicazione agile e veloce che analizza l’impatto del sistema finanziario sulle povertà e i conflitti, con un’attenzione particolare al ruolo dell’informazione e dei nuovi media (in Italia l’uso di internet è salito dal 6 al 30%) e proposte concrete. Ne emergono dati inquietanti: negli ultimi cinque anni, dal 2007 ad oggi, nel mondo i prezzi del cibo sono raddoppiati. Il prezzo del mais è aumentato addirittura del 93% in due anni; il grano è passato da 110 a 266 euro la tonnellata. Nel mondo 40 Paesi rischiano di avere grandissimi problemi nel reperire cibo e risorse, con conseguenti possibili tensioni sociali tra agricoltori, pescatori, produttori di energia, migranti. Ne abbiamo parlato con il curatore del sussidio Silvio Tessari, di Caritas italiana.

In che modo la speculazione finanziaria ha creato e continua a creare maggiore povertà nel mondo?
“Abbiamo verificato, con l’aiuto di esperti del settore e ricerche universitarie ad alto livello, una sorta di inghippo nella speculazione. Oggi, con la globalizzazione si possono comprare milioni di tonnellate di cibo con un clic al computer, speculando sul prezzo del cibo. È un mercato che si autoalimenta: è come se i manager togliessero al mondo l’aria che si respira, con un’azione che non è legalmente perseguibile ma mette al riparo dalle forze di mercato. Perché è come se si chiudessero i beni in cassaforte in modo tale da determinare i prezzi, sfuggendo anche alla legge classica della domanda e dell’offerta. È una novità che il liberismo classico non è più in grado di contrastare”.

Tra le speculazioni finanziarie più infami c’è infatti quella sul cibo…
“Gli speculatori, le banche in difficoltà, cercano nuovi investimenti comprando prodotti agricoli ‘a terminÈ, cioè ad un prezzo che verrà pagato ai produttori solo dopo il raccolto, ma che saranno immessi sul mercato solo se il prezzo è conveniente. I prezzi del mercato di base, le cosiddette commodities (grano, riso, soia e frumento…) sono raddoppiati nel giro di cinque anni, dal 2007 ad oggi. Questo pone centinaia di migliaia di persone impossibilitate a vivere e più fragili agli eventi climatici come la siccità e le alluvioni. Non riescono ad avere i soldi per comprare questi generi alimentari. Se poi i prezzi aumentano ci saranno nuovi profughi che busseranno alle nostre porte. È un meccanismo perverso. È come un’automobile senza freni, che non può fare altro che disastri. Allora o buttiamo via l’automobile o mettiamo i freni”.

Se è comprensibile l’effetto delle speculazioni sul cibo, qual è invece il legame con i conflitti? Nei vostri studi ne avete recensiti 388 nel mondo nel 2011.
“Il legame è più sottile. Nei 43 Paesi più fragili del mondo, come abbiamo visto in Nord Africa, le rivolte nascono dalla poca disponibilità di soldi per vivere e mangiare. L’aumento dei prezzi del pane e dei beni necessari crea tensione. Nasce il malcontento, arrivano le manifestazioni, gli interventi dell’esercito. Aumenta il conflitto sociale, che non si limita alla piazza ma si trasmette a tutto il Paese. Gli stranieri vengono coinvolti, le grandi potenze devono intervenire per calmare le acque o aumentare la sicurezza… È come un serpente che si morde la coda. La novità, in questa situazione, è che non si è rubato il cibo o c’è stata una invasione militare. È tutto legale”.

In questo modo il mercato diventa, come dice il Papa, “tiranno”, senza un briciolo di etica. Come convincere gli investitori a invertire la rotta?
“Non so se gli investitori abbiano qualche scrupolo. Non si può domandare agli speculatori di andare contro i propri interessi. Nella mentalità normale chi ha i soldi deve farli fruttare. Ma è cambiato il contesto. Un’azione che prima poteva avere meno conseguenze ora ha più conseguenze indirette, per cui c’è un problema di responsabilità indiretta. Ci si ritrova improvvisamente spodestati delle proprie possibilità di sopravvivenza senza sapere perché. La speculazione nel mondo globalizzato pone problemi etici nuovi. È necessario dare una risposta per evitare di cadere nella tirannia dei mercati”.

Quindi il compito spetta alla politica?
“Certo, è necessaria una azione politica. Si parla tanto di Tobin tax, di proibire certe speculazioni. Spetta alla governance mondiale trovare un sistema che mitighi gli effetti di questa speculazione o che addirittura li blocchi. Per il bene del mondo è necessario trovare sistemi per mitigare questi effetti perversi di un mercato che è diventato un monopolio oscuro, nascosto e tirannico”.

Quali sono le vostre proposte per combattere la speculazioni? A chi vi rivolgete?
“Ci rivolgiamo alla politica nazionale per le proposte a livello macroeconomico. Chiediamo, tra l’altro, la regolamentazione dei mercati, una fiscalità adeguata e orientata al bene comune, la definizione di rapporti debitori equi e trasparenti tra Stati. A livello micro bisogna invece essere coscienti di tutte le nostre scelte quotidiane: cosa si compra, che fine fanno i nostri soldi nelle banche. C’è già la campagna contro le cosiddette ‘banche armatÈ. Ora bisognerà fare qualche cosa contro le banche che affamano la gente. Creare piccoli esempi a livello micro, anche attraverso la denuncia, l’educazione nelle scuole, l’uso dei media, perché diventi cultura la consapevolezza che non si può speculare sui beni primari”.

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