Cei: C’è bisogno di una nuova cultura del lavoro

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CHIESA – Una nuova cultura del lavoro: più abbondante, ben fatto, meglio vissuto. Questa in sintesi la proposta che emerge dal Rapporto-proposta elaborato dal Comitato per il progetto culturale della Cei, appunto sul lavoro in Italia.
Elemento fondante della nostra Repubblica, se guardiamo all’enunciato del primo articolo della Costituzione. Ma che versa in un precario e malandato stato di salute: ce n’è poco, ancor meno per i giovani; ce n’è troppo di precario, col forte sentore di sfruttamento; quello che c’è, spesso serve più il capitale che l’uomo. E di frequente dimentica appunto le esigenze delle persone, le loro famiglie, i figli: e non è un caso che la denatalità italiana sia da record mondiale.
Stretto tra la concorrenza di larghe fette del mondo dove “costa di meno”, e la mancanza di quell’innovazione che genera nuova occupazione, il lavoro in Italia è diventato il problema numero uno. Senza un posto, non si dà un futuro ai giovani; senza redditi, traballa il presente delle famiglie; senza ricchezza prodotta, non si sostiene un welfare che è segno di civiltà e non solo costo da tagliare. Chi propugna la “decrescita felice”, non ha chiari i costi di tali teorie.
Ma l’Italia del 2013 non è terreno fertile per il lavoro, nonostante la pomposa rilevanza costituzionale. Solo la metà della popolazione attiva ne ha uno, mentre i percorsi scolastici appaiono come linee parallele che non incontrano il mondo del lavoro, e le regole in vigore si frappongono come ostacoli sempre più assurdi e controproducenti per rinnovare e migliorare l’occupazione.
L’analisi della situazione fatta dagli estensori del Rapporto è a tratti spietata, e la sintesi chiede un vero cambiamento culturale, più che l’adozione di singoli provvedimenti atti a migliorare la situazione, che pure non mancano tra le pagine (più spazio alla contrattazione territoriale e aziendale; più attenzione verso le peculiarità artistiche e naturalistiche che ci portiamo in dote; più formazione mirata a sposare scuola e aziende). In termini calcistici, il documento è un ottimo assist per formazioni partitiche che appaiono così deficitarie di contenuti politici di spessore. E il lavoro dovrebbe tornare in primissimo piano nel pensiero e nell’azione politica: se non si ripensano a monte le regole disegnandole attorno all’uomo contemporaneo, a valle non saranno sufficienti riforme, decreti e incentivi (insieme a tante parole) per cambiare un panorama in continua frantumazione.
Si parta dal merito, ad esempio. Quel principio che è stato sistematicamente demolito in molti ambiti negli ultimi decenni, a cominciare dalla scuola. Si prosegua sulle orme del buonsenso: quello che abbonda nel mondo del lavoro nord europeo, e scarseggia in quest’Italia che – incredibilmente – penalizza il part time e, con esso, la possibilità di dare occupazione subito a decine di migliaia di persone, donne in primis.
Si aggiunga una diversa mentalità da parte degli imprenditori stessi, che sappiano meglio valorizzare il capitale umano delle loro aziende, anche a scapito di un briciolo di redditività immediata. Si innesti in tutto ciò un nuovo modo – da parte dei lavoratori stessi e delle loro rappresentanze sindacali – di porsi di fronte alle proprietà: anche il welfare aziendale, anche condizioni di lavoro più vicine alla vita delle persone sono importanti quanto se non di più di un aumento salariale o di un benefit economico.
Alla politica illuminata, infine, la capacità di porre le basi per il lavoro del domani, mentre per quello odierno basterebbe la buona volontà di togliere tutti quei cespugli spinosi che si frappongono sulla strada di una migliore e maggiore occupazione: incentivi al lavoro e non ai prodotti dello stesso; semplificazione fiscale e amministrativa; infrastrutture adeguate; leggi che combattano i disonesti, scoraggino i furbi e premino l’impegno e il merito.
Di bello c’è che il cammino da intraprendere è chiaro.
Di brutto, c’è una selva di ideologismi, di corporativismi, di pigrizie e di incapacità che rendono la disoccupazione italiana non la peggiore dell’Occidente, ma quella più rassegnata a rimanere tale.

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