Il paradigma di Francesco incalza la fredda Europa

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Di Gianni Borsa

Le “svolte” di frequente annunciate e puntualmente rimandate costituiscono uno dei punti deboli della politica europea. La quale, non a caso, si è trovata spiazzata all’arrivo, tra il 2007 e il 2008, della crisi finanziaria originatasi negli Stati Uniti, ritardando la predisposizione di risposte efficaci nel segno di una governance condivisa. Anche il roboante, ultimo annuncio del presidente francese Hollande, indirizzato alla costruzione di un “governo economico europeo” e di una parallela “unione politica” da realizzarsi nello spazio di un paio d’anni, suonano come l’ennesima promessa che appare rivolta più a rintuzzare il crollo della popolarità misurata dai sondaggi che non a mostrare una lucida visione sul futuro dell’integrazione europea.
Le colpe dell’inazione che ha coinvolto gli Stati, la stessa Unione europea, le economie nazionali e con esse le imprese, i lavoratori, le famiglie, sono state attribuite di volta in volta agli egoismi dei governi oppure alla inefficacia delle istituzioni comunitarie. Resta il fatto che solo oggi, a cinque anni dallo tsunami recessivo, si comincia a intravvedere qualche tentativo di risposta mediato dall’Ue.
Ciò che però rimane sullo sfondo è una seria presa di coscienza di come una “ristrutturazione” e un rilancio dell’intero sistema economico e finanziario occidentale, dunque non solo europeo, rimangano in balìa di leader politici ripiegati su se stessi e delle mani avide dei mercati. Gli “strumenti” (per citare qualche esempio: il Fondo monetario internazionale, la Banca centrale europea, l’Unione economica e monetaria, l’Unione bancaria, il fondo salva-Stati…) potranno essere reinventati e adattati alle sfide globali solo se e quando ne saranno ripensati gli obiettivi ultimi, i quali non possono più limitarsi al profitto e alla ripartizione degli eventuali utili.
È quanto ha affermato a chiare lettere Papa Francesco nel suo discorso di ieri dinanzi ai nuovi ambasciatori accreditati presso la Santa Sede. Il Pontefice ha parlato di “feticismo del denaro”, di “dittatura dell’economia”; ha richiamato la “precarietà della vita quotidiana” e la “paura e la disperazione che prendono i cuori di numerose persone”, nei Paesi poveri così come in quelli ritenuti ricchi. Bergoglio ha segnalato con forza che “la crisi finanziaria che stiamo attraversando ci fa dimenticare la sua prima origine, situata in una profonda crisi antropologica”. L’uomo è ridotto alla sola dimensione del consumo; il “povero” (ogni povero, l’essere umano povero, non una massa indistinta di soggetti deprivati ed emarginati) va aiutato, rispettato, promosso; la solidarietà dev’essere un criterio fondante dei rapporti tra gli individui e tra i popoli; l’etica (“un’etica non ideologica”, ha puntualizzato il Papa) non va “rifiutata”, ma semmai rimessa al centro delle dinamiche sociali, economiche, politiche. “L’etica conduce a Dio – ha osservato il Santo Padre -, il quale si pone al di fuori delle categorie del mercato”. Ecco perché “Dio è considerato da questi finanzieri, economisti e politici, come non gestibile, addirittura pericoloso, perché chiama l’uomo alla sua piena realizzazione e all’indipendenza da ogni genere di schiavitù”. In questo senso l’etica permette “di creare un equilibrio e un ordine sociale più umani”. Dunque assolutamente nuovi.
Qui sta il punto. Alle autorità politiche e ai soggetti economici (così pure a ogni persona e cittadino: si pensi al richiamo sul problema dell’evasione fiscale) il Papa rivolge un messaggio che, nel rispetto della reciproche competenze e della laicità di tali istituzioni, è davvero “rivoluzionario”: l’essere umano e la costruzione di un ordine sociale a misura d’uomo posti al centro dell’agire politico ed economico potranno portare, in un percorso pur irto di ostacoli, a quella svolta epocale da tempo annunciata e non più rinviabile.

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