Caritas Gerusalemme

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Di Daniele Rocchi

“From charity to development, dalla carità allo sviluppo”, lo ripete continuamente, come fosse un mantra, “questo è il piano, questo è il futuro. Se non faremo così resteremo mendicanti con licenza per sempre. E noi non vogliamo elemosinare per l’eternità”. Parole che sanno di programma, quello che vuole perseguire don Raed Abusahliah, dieci anni trascorsi come parroco nel villaggio palestinese a maggioranza cristiana di Taybeh, l’antica Efraim, e da due mesi nuovo segretario generale di Caritas Gerusalemme. In questi giorni in Italia per una serie di incontri e per presentare i progetti della Caritas Gerusalemme e convogliare su di essi l’interesse di parrocchie, diocesi e della stessa Caritas Italia, don Raed ci tiene a precisare: “Chiediamo alle Caritas del mondo di aiutarci a camminare da soli. Soffriamo delle conseguenze dell’occupazione israeliana che ci piega le gambe in ogni ambito di vita. Vogliamo rialzare la testa e darci da fare per la giustizia e il diritto e per restare nella nostra terra da uomini liberi”. E racconta in che modo, a partire dalla Striscia di Gaza… “Siamo presenti a Gaza dal 1990. Abbiamo due centri medici e una clinica mobile con venti operatori. Un milione e mezzo di persone vivono in questa che è la prigione a cielo aperto più grande del mondo, tra loro una esigua minoranza cristiana, circa 1600 fedeli vale a dire 470 famiglie.
I cattolici sono solo 200, una minoranza della minoranza. Nostro impegno è quello di assistere questo piccolo gregge cristiano per farlo restare nella sua terra, ma è difficile. A Gaza, infatti, non si trova lavoro, hanno difficoltà ad uscire dalla Striscia poiché privi di permesso da parte di Israele e quando possono, nei periodi di Pasqua e Natale, non vi fanno rientro e restano a Betlemme e Ramallah”.

Non più tardi di qualche mese fa si è consumato un secondo conflitto con Israele che ha ulteriormente aggravato la situazione sul terreno…
“Lo scorso novembre, come Caritas abbiamo lanciato un appello per raccogliere fondi che utilizzeremo per fornire cibo a 1050 famiglie, anche musulmane, per dare un bonus di 200 euro ad altre 2000 che hanno avuto l’abitazione distrutta dalle bombe e per fornire assistenza sanitaria ai bambini traumatizzati e attrezzature mediche e medicinali agli ospedali della Striscia. Questa raccolta, cui hanno contribuito le Caritas di Spagna, Corea, Nuova Zelanda e Giappone, ha fruttato l’equivalente di circa 500mila euro. A Gaza, inoltre, abbiamo tre grandi scuole frequentate da oltre 5mila studenti, in larghissima maggioranza musulmani. Quest’ultimi ripongono fiducia nell’istruzione che diamo nei nostri istituti ed è attraverso di questa che cerchiamo di promuovere la convivenza e la pace”.

Dalla carità allo sviluppo anche attraverso l’istruzione e l’educazione: è così?
“La nostra pastorale in Terra Santa è basata su due pilastri: la Chiesa e la scuola. Crediamo, infatti, che l’educazione alla fede passi anche attraverso i banchi di scuola. Nei nostri istituti ai bambini cristiani offriamo istruzione religiosa e il catechismo ma siamo anche aperti ai musulmani. Questi devono rappresentare almeno un terzo se non la metà della popolazione scolastica di ogni istituto. In Terra Santa ci sono oltre 58mila studenti che frequentano le scuole cristiane. Quelle del Patriarcato sono 47 ed hanno 26mila allievi seguiti da 5mila docenti. Se cristiani e musulmani imparano a vivere insieme sin da piccoli, da grandi raccoglieremo frutti di coesistenza pacifica e di apertura. Sono tanti i musulmani che ricordano l’istruzione ricevuta che ha permesso loro di conseguire risultati importanti nella vita. Tra i nostri ex studenti ci sono anche ministri, medici, avvocati, docenti. Per favorire la frequenza scolastica la Caritas offre molte borse di studio. Lo scorso 8 maggio ne abbiamo distribuite 1030, per un totale di 300mila euro, ad altrettanti studenti di 22 scuole cristiane, non solo cattoliche, bisognosi della zona di Betlemme. Il tutto reso possibile da Caritas Cile. Prossimo passo sarà quello di estendere il programma ad allievi di villaggi dell’area di Ramallah, come Taybeh, Jifna, Aboud, Birzeit e Ain Airik”.

La Caritas è attiva anche a Gerusalemme e nei Territori palestinesi. In che modo rispondete alle emergenze senza trascurare progettualità e sviluppo?
“A Gerusalemme operiamo nel campo dell’assistenza sociale: ci rivolgiamo a nuclei familiari poveri, agli anziani, ai disabili, ai tossicodipendenti e alcolisti. Nel campo sanitario abbiamo dei centri medici ad Aboud, a Taybeh. Nella Città Vecchia di Gerusalemme opera dal 1998 un centro di recupero per i drogati. Lo spaccio ed il consumo di droga è un fenomeno in crescita ed Israele non fa nulla per contrastarlo. L’occupazione avviene anche attraverso la distruzione della gioventù palestinese. Infatti è più facile che un giovane si faccia sei mesi di prigione per aver tirato un sasso contro la polizia che essere arrestato per uso e spaccio di droga. Nel centro i nostri operatori sociali lavorano per i drogati e le loro famiglie, per la prevenzione con incontri in 32 scuole e per la formazione di nuovi operatori. Ora l’Autorità palestinese ci ha chiesto di fondare un secondo centro di riabilitazione e cura a Ramallah e ci ha donato un terreno a questo scopo”.

Per promuovere lo sviluppo e l’impresa avete dei progetti particolari?
“Abbiamo un’attività di micro credito per finanziare piccoli progetti di sviluppo, prestiti per studenti universitari e per ristrutturare vecchie abitazioni da dare a giovani coppie. Per ciò che riguarda le abitazioni, bisogno primario per i nostri cristiani, abbiamo intenzione di proporre dei piccoli progetti per ogni villaggio e favorire la costruzione di case attraverso la concessione di prestiti con interessi molto bassi. Lavoro, casa e matrimonio: sono le tre parole chiave che vanno tenute presenti se si vuole mantenere la presenza cristiana in Terra Santa”.

In questi giorni è in Italia: qual è lo scopo del suo viaggio?
“Siamo arrivati per aprire le porte dell’Italia alla Terra Santa. A Caritas Italia siamo venuti a presentare un progetto chiamato ‘Gemellaggi–Viaggi’. Si tratta di promuovere dei gemellaggi tra le venti parrocchie della Palestina e le diocesi italiane, tramite la Caritas e gli uffici pellegrinaggi. Ogni diocesi pellegrina in Terra Santa andrà a visitare questa parrocchia per conoscerla ed aiutarla in caso di bisogno. Un progetto semplice di sviluppo che permetterebbe ai nostri cristiani di camminare da soli”.

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