Laicità e “fatto religioso”

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Di Alberto Campaleoni

FRANCIA – Una nuova “sfida alle religioni”. Sarebbe quella che il governo francese lancia con la proposta di un insegnamento di “Morale laica” per tutti nelle scuole della Repubblica.
Lo annota Francesco Margiotta Broglio, da sempre attento osservatore e conoscitore dei rapporti tra mondo laico e religioni, in un corsivo sul “Corriere della Sera”. “Nuova” sfida, perché si accompagna, anzi segue, quella recentissima sul cosiddetto “matrimonio per tutti” che ha scatenato un aspro confronto nel Paese transalpino e non solo.
Nella ricostruzione di Margiotta Broglio, il nuovo insegnamento, che dovrebbe partire dal 2015, dovrà riguardare una morale laica “comune”, lontana da dogmatismi, non antireligiosa, ma rispettosa della libertà di coscienza e di giudizio di ciascuno, con alla base i “valori, i principi e le regole che permettono di convivere, nella Repubblica, secondo il comune ideale di libertà, uguaglianza e fraternità”. Una sorta di educazione alla cittadinanza, verrebbe da pensare, un insegnamento che vorrebbe insistere sui fondamenti del vivere insieme, nel rispetto reciproco, contro ogni discriminazione.
Nessuna prescrizione per la “vita buona”, nessuna imposizione di un bene tra gli altri, anche se spunta l’ispirazione ai valori dell’“umanesimo moderno” e, dunque, a una qualche prospettiva etica di riferimento. Del resto è difficile pensare che possa non essercene una, anche la più “laica” possibile.
La questione fa riflettere. Magari proprio a partire dal tema della laicità, che si perde tra una concezione di neutralità ed equidistanza tra posizioni diverse – talvolta da azzerare, come è già successo, ad esempio, a proposito della legge sui simboli religiosi – per finire con il lasciar apparire comunque un “umanesimo” di riferimento. Moderno o meno. Laicità della quale si è occupata non molto tempo fa l’Assemblea nazionale di Parigi, discutendo una risoluzione apposita.
Laicità che, in positivo, non può definirsi “contro”, ad esempio in contrapposizione al “religioso”, piuttosto dovrebbe diventare considerazione della complessità, senza timore delle divisioni, conoscenza e apprezzamento delle diversità, nella libertà di espressione e nella ricerca, dove possibile, di sintesi.
Ci sarebbe da riflettere anche a proposito, proprio, delle religioni, con le quali la società – e la scuola – francese devono necessariamente fare i conti. Tanto per restare in tema di “rapporti”, se adesso i “saggi” del ministro dell’Educazione nazionale Peillon si sono concentrati sulla laicità, vale la pena di ricordare che una decina di anni fa era stato il filosofo Debray a dedicarsi invece all’importanza del fatto religioso e del suo insegnamento scolastico. Con il risultato di affermare che la Francia, dove non si studia religione a scuola – con esclusione dell’Alsazia e della Mosella -, rischiava di perdersi qualcosa, marcando la necessità di promuovere una conoscenza “laica” del fatto religioso, condizione per capire la cultura della società e la stessa identità personale.
Sono questioni complesse, che s’intrecciano. Laicità e cultura religiosa, società e cultura “neutra” (è possibile?) a fronte d’identità e diversità che convivono, anche scontrandosi. La scuola, forse, è il luogo migliore dove accettare la sfida: non però immaginando un minimo comun denominatore che non esiste, o la famosa notte in cui tutte le vacche sono nere. Meglio i colori: da conoscere, distinguere, mescolare, alla ricerca di quel meraviglioso e armonico quadro che ogni percorso educativo vorrebbe disegnare.

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