La crisi del lavoro ha radici etiche

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di M. Michela Nicolais

Varare “riforme strutturali” che diano più “competitività” al nostro sistema produttivo, premiando il merito e operando “una sorta di grande riconciliazione tra mondo del lavoro e famiglia”, e puntare di più sui giovani e sulle donne, perché il modello di famiglia considerato ideale dagli italiani – a differenza di quanto troppo spesso vogliono farci credere i media – è quello nel quale lavorano entrambi i coniugi e vengono messi al mondo almeno due figli. Sono due delle proposte concrete “per il lavoro”, contenute nell’omonimo Rapporto-proposta sulla situazione italiana elaborato dal Comitato della Cei per il Progetto culturale. A presentarlo, a Roma, sono stati il cardinale Camillo Ruini, già presidente del citato Comitato, il sociologo Sergio Belardinelli, il presidente del Censis Giuseppe De Rita e Michele Tiraboschi, docente di Diritto del lavoro all’Università di Modena-Reggio Emilia. A leggere l’introduzione del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei e presidente del Comitato Cei per il progetto culturale – rimasto a Genova per i funerali delle vittime della tragedia del porto – è stato monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei.

Per un lavoro degno dell’uomo. “Rivoluzionare il modello” del lavoro “grazie al supporto di un pensiero nuovo, fermamente convinti che il lavoro è decisivo per la definizione dell’umano”. A proporlo è il cardinale Angelo Bagnasco, nel testo letto da monsignor Crociata. “È necessario creare un contesto sociale ed economico nel quale si dia vita ad un lavoro dignitoso”, afferma il presidente della Cei citando Benedetto XVI ed esortando a “sviluppare ogni sforzo affinché siano eliminate, oltre alle numerose sacche di non lavoro, le condizioni lavorative non degne della persona, ogni forma d’asserimento dell’uomo al capitale e tutte le situazioni di sfruttamento”, o peggio di “schiavitù”, di cui sono “vittime” troppe persone nel mondo, come ha denunciato Papa Francesco durante l’udienza generale del 1° maggio. “La soluzione dei problemi legati al lavoro necessita di un profondo rinnovamento strutturale, che ponga l’uomo al centro del processo di sviluppo”, è la tesi del cardinale, secondo il quale “la crisi impone di superare innumerevoli ostacoli e di liberarsi da pesanti zavorre, che impediscono di offrire risposte adeguate e di generare speranza. La disoccupazione, che ha raggiunto ormai livelli patologici soprattutto per le fasce giovanili, così come il sempre più diffuso precariato, hanno enormi riflessi sulla vita delle persone, collocandole in un alveo di insicurezza e instabilità che minano la progettualità sul proprio futuro”. La crisi del lavoro, insomma, come “crisi profonda a livello etico, ancor prima che a livello economico”.

Un triplo appello. “Armonizzare il più possibile” le due dimensioni, “soggettiva e oggettiva”, del lavoro, che invece “tendono sempre di più a divaricarsi e contrapporsi”. È l’invito del cardinale Camillo Ruini, che ha rivolto un appello ai “tanti giovani che non hanno ancora un lavoro, o che ne hanno uno insoddisfacente: accettare il più possibile le occasioni e condizioni di lavoro che effettivamente si presentano, non però per accontentarsi di esse e fermarsi ad esse, bensì per migliorarle e superarle, creando così effettive possibilità di scelta e un reale – e non solo immaginario – spazio di espressione della propria soggettività”. A livello di politiche del lavoro, l’appello è a “liberare il mercato del lavoro da norme e regolamentazioni ormai obsolete e controproducenti, non però per lasciarsi guidare da una pura e astratta logica di mercato”, ma per “assumere come criterio e punto di riferimento delle normative l’interesse comune”. Tutto ciò, “non per eliminare la logica della competizione, ma per mettere in chiaro che questa logica non può che essere subalterna, rispetto alla necessità e all’urgenza di affrontare insieme una situazione economica e sociale molto grave e difficile per l’intero Paese”, che richiede a sua volta “un forte appello anche al mondo della politica, come a tutto il nostro sistema-paese”.

Un doppio “sì”. Troppe donne a casa e troppe culle vuote: è la fotografia del lavoro “rosa” in Italia, che registra oggi un tasso di occupazione femminile tra i più bassi d’Europa e un tasso di natalità tra i più bassi del mondo. Le donne, oggi, “non vogliono più essere costrette a scegliere tra famiglia e lavoro”, è uno dei dati del Rapporto, in cui il tema del lavoro femminile è considerato “cruciale” per la società. “Far ripartire l’Italia richiede di poter dare più spazio alle donne, alle loro aspirazioni, ai loro talenti e bisogni”. È questa la ricetta su cui sta puntando l’Europa, e che comporta anzitutto due vantaggi: il reddito delle famiglia aumenta, e nello stesso tempo l’occupazione femminile crea altro lavoro, oltre a contribuire a “tessere” una rete di relazioni. Un doppio sì”: questo può diventare l’impegno femminile nel lavoro e nella famiglia, un processo cioè di “costruzione dell’identità, in grado di superare la dicotomia in ambiti differenti”.

Rivalutare il lavoro intellettuale. Il capitolo giovani, centrale nella questione del lavoro, “introduce anche l’importanza della loro formazione, sollevando l’urgenza di rilanciare in Italia il ruolo fondamentale del lavoro intellettuale”. È uno degli spunti più originali del Rapporto. “Insegnanti demotivati e mal pagati – la denuncia – sono un danno che oggi nessuna società può permettersi. Meno che mai ci si può permettere di trascurare il lavoro di coloro che dedicano la propria vita allo studio e alla ricerca. La crescita e il progresso di una comunità dipendono in gran parte proprio da questo tipo di lavoro intellettuale, che purtroppo viene spesso trascurato”.

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