Non saranno pallottole ma le parole feriscono

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

“Fermare la violenza, anche solo verbale” ha detto Giorgio Napolitano in occasione dell’anniversario dell’uccisione di Aldo Moro. Nelle stesse ore Enrico Mentana annunciava l’intenzione di chiudere il proprio account Twitter per l’eccesso di insulti ricevuti dalle migliaia dei suoi follower. I consiglieri regionali del Piemonte, indagati nell’ambito di un’inchiesta denominata “Rimborsopoli”, intanto hanno ricevuto lettere minatorie gonfie di minacce. Anche l’ex governatrice del Lazio, Polverini, a cena in un ristorante romano, è stata contestata violentemente da un gruppo di cittadini, con tanto di striscione e “vergogna” urlati a piena voce. Il premier Enrico Letta infine ha reagito con durezza a un’esternazione di Beppe Grillo: “Un colpo di Stato? Parole inaccettabili. Lui insulta e io lavoro”. I giornali si sono riempiti di commenti sociologici sulla campagna dell’odio. Ma il tema della propaganda “negativa” è antico e il dibattito dura da anni. Proprio in occasione del rapimento di Aldo Moro, Marshall McLuhan, il sociologo canadese considerato uno dei massimi esperti mondiali delle dinamiche della comunicazione di massa, disse che, per sconfiggere il terrorismo, bisognava “staccare la spina”. Sembra l’eco lontana della recente affermazione di Napolitano: “Bisogna fermare la violenza prima che si trasformi in eversione. In questo momento non possiamo essere tranquilli davanti a esternazioni anche solo sul piano verbale o sul piano della propaganda politica”.

L’intervista a Marshall McLuhan pubblicata in Italia nel 1978. Secondo Gino Agnese, studioso della comunicazione e giornalista (nel 1982 fondò la rivista “Mass Media”): “L’intervista a McLuhan che fu pubblicata il 19 febbraio del 1978 su “Il Tempo” (Moro venne rapito solo un mese più tardi, il 16 marzo), fece veramente molto rumore. McLuhan disse ‘Bisogna staccare la spina’. Voleva dire: bisogna togliere la comunicazione e cioè non diffondere i messaggi terroristici, ossia bisogna fare silenzio sul terrorismo. È l’unico modo per spegnerlo. Però ricordo che il quotidiano “Il Tempo” dopo questa intervista ospitò un dibattito in cui io intervenni muovendo a McLuhan l’obiezione che l’’uomo elettrico’ di oggi, come egli lo definisce, non può essere privato della corrente. Non si può togliere la spina all’uomo elettrico di oggi, nella società della comunicazione. La società della comunicazione non può essere annullata con un decreto: è impossibile”.

La “decisione sofferta” dell’Ansa. Sergio Lepri, direttore dell’Ansa per più di trent’anni, dal 1961 al 1990, ha scritto sul proprio blog: “Nei quasi trent’anni di direzione dell’Ansa quella fu la decisione più sofferta. Il terrorismo continuava a imperversare; la gente aveva paura; molti di noi esitavano ad uscire di casa e, prima di farlo, si guardavano attorno; dietro ogni angolo poteva esserci qualcuno che ci sparava addosso: un nemico invisibile, misterioso. Che cosa dovevamo fare, noi dell’agenzia: ‘staccare la spina’ o no?”.

L’Osservatore Romano: i bollettini della Br non sono notizie. Sergio Trasatti, allora caporedattore de L’Osservatore Romano, si domandò: “Arriva un bollettino delle Br. Qual è la notizia? Che le Br hanno diffuso un bollettino. E basta. Il resto, vale a dire il contenuto del bollettino, non è una notizia, perché non ha attendibilità. In casi estremi, come il caso Moro, il criterio diventa più sfumato. Tuttavia, anche nel caso che un bollettino delle Br contenga realmente una notizia, è chiaro che essa va accuratamente isolata e controllata”.

Intellettuali italiani contro il Commissario Calabresi. Ma la situazione, in qualche modo, andò oltre e “tracimò”. Il 13 giugno del 1971 comparve su L’Espresso un documento in cui il commissario Luigi Calabresi veniva definito un “commissario torturatore’” e denunziato come “responsabile della fine di Pinelli” (Calabresi poi sarebbe stato prosciolto da tutte le imputazioni). In calce c’erano ottocento firme di personalità della cultura. Tra i firmatari c’erano filosofi come Norberto Bobbio, Lucio Colletti e Lucio Villari; personalità del cinema come Federico Fellini, Cesare Zavattini e Liliana Cavani; poeti come Pier Paolo Pasolini e Giovanni Raboni; pittori come Renato Guttuso, Andrea Cascella, Carlo Levi; editori come Vito Laterza e Giulio Einaudi; storici come Franco Antonicelli e Paolo Spriano; scienziati come Margherita Hack; scrittori come Alberto Moravia, Domenico Porzio, Dacia Maraini, Enzo Siciliano, Alberto Bevilacqua, Franco Fortini, Angelo M. Ripellino, Primo Levi; giornalisti come Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Livio Zanetti, Paolo Mieli, Giuseppe Turani, Andrea Barbato, Vittorio Gorresio, Carlo Rognoni, Carlo Rossella, Camilla Cederna.

In Europa prevalse la rigidità. Nel resto dell’Europa, in quegli anni, sembrò prevalere invece la linea rigida, per una maggiore fermezza. Nel 1985 la signora Thatcher, impegnata a fronteggiare una lunga ondata di attentati ad opera dell’Ira, aveva definito la pubblicità “l’ossigeno del terrorismo”, e tre anni più tardi aveva emanato il Broadcasting Ban che vietava le interviste radiofoniche e televisive a esponenti repubblicani irlandesi, compresi gli appartenenti al partito (legale) del Sinn Fein. Tale severità aveva avuto un precedente nella politica di black out adottata dal governo tedesco e accettata dai media durante i trenta giorni del rapimento dell’industriale Schleyer ad opera della Rote Arme.

Il codice di condotta per i media del Governo Usa. Per quanto riguarda specificamente il “news management” nelle emergenze da terrorismo (attentati, dirottamenti e presa di ostaggi ecc.) già nel 1976 una Commissione appositamente nominata dal governo degli Stati Uniti aveva pubblicato il suo “Rapporto su Disordini e Terrorismo”, presto divenuto la base di riferimento per i media, in particolare per i network televisivi, nella messa a punto di propri codici di condotta. La filosofia del rapporto, è sintetizzabile nei due obiettivi della “minima intrusività” nei confronti del fenomeno terroristico e dell’attività antiterroristica e della copertura non “incendiaria” (inflammatory) degli avvenimenti.

Il corto circuito internazionale di oggi. Rileggere oggi il Rapporto del 1976 dà la misura di quanto lontano sulla via della ingovernabilità si sia spinto un fenomeno – il terrorismo internazionale – che muoveva allora i primi passi. L’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre (trasmesso in mondo visione) o i video “testamento” dei kamikaze palestinesi hanno di nuovo spostato il confine della propaganda della violenza. “L’esito finale è un inedito e colossale corto circuito informativo che alimenta atteggiamenti e comportamenti di volta in volta imitativi ovvero reattivi presso popolazioni differenti poste bruscamente a contatto tra loro”, ha scritto Fabrizio Battistelli sulla rivista di Critica Sociale “Il dubbio”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *