Lo spazio digitale va abitato per dargli forma

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Di Vincenzo Corrado

Telefonini in carica, in primo piano; sullo sfondo, alcuni ragazzi che fanno altro, guardandosi, però, in volto. È l’immagine scelta dalla Chiesa italiana per animare la XLVII Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che viene celebrata oggi sul tema “Reti Sociali: porte di verità e di fede; nuovi spazi di evangelizzazione”. In occasione di questo appuntamento, il Sir ha rivolto alcune domande a monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale delle comunicazioni sociali.

Mons. Pompili, quali riflessioni a partire dal tema della Giornata?
“La scelta di aver dedicato un messaggio al tema delle Reti sociali segnala la svolta definitiva nell’interpretazione del significato del mondo digitale. Benedetto XVI l’ha ribadito spesso in questi anni e, non da ultimo, nel messaggio che ci ha consegnato per questa Giornata: le Reti sociali non sono semplicemente un luogo ‘altro’ dove attingere informazioni o da sfruttare a fini economici. Esse rappresentano un ambiente vitale; sono vissute dalle persone come occasione di sviluppo delle relazioni; ‘sono parte del tessuto stesso della società’. E questo spiega perché la Chiesa non può non avere a cuore anche questo ambito. In fondo, la Rete risponde al bisogno – per quanto con linguaggi nuovi e sostanzialmente innovativi – di ricucire quel vissuto di relazioni che la società liquida ha indebolito e in tanti casi dissolto. Chi entra nella Rete, lo fa per lo più per cercare di fare ‘opera di manutenzione’ delle relazioni. La svolta ‘social’, che ha segnato l’avvento del web 2.0, viene quindi recepita dalla Chiesa con una particolare attenzione. Ne è anche testimonianza l’uso sempre più frequente di Twitter da parte di Papa Francesco, con la conseguente crescita dei followers (ora sono oltre 6 milioni). Una decisione, questa del Santo Padre, tesa a costruire ponti con tutti, soprattutto con chi vive nelle periferie, come ha detto più volte”.

Quali impegni emergono dal messaggio di quest’anno?
“Innanzitutto, l’impegno a comprendere bene il cambiamento culturale che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Bisogna capire cosa significa e quali bisogni e domande porta con sé l’esplosione delle Reti sociali. Sta cambiando, infatti, non solo il nostro modo di pensare e lavorare, ma anche il nostro modo di stabilire relazioni e alimentarle nel tempo. Ecco perché è opportuna una riflessione su questo territorio così centrale per la vita di tanti, soprattutto dei più giovani. Dal messaggio, poi, emerge anche l’invito a vivere il nuovo ambiente non in maniera impaurita o acritica, ma in modo consapevole: la tecnica non si sostituisce alla persona, non la determina né la impoverisce; a fare la differenza, anche in questi nuovi ambienti, è sempre la qualità umana”.

Il Papa invita a “una comprensione attenta di questo ambiente”, “prerequisito per una significativa presenza all’interno di esso”. Quali percorsi per raggiungere tale obiettivo?
“I percorsi passano tutti dalla conoscenza, dall’esperienza diretta, che non vuol dire dipendenza, dell’ambiente digitale. C’è un verbo programmatico che sintetizza tutto ciò: abitare. La cosa migliore per conoscere un fenomeno è viverlo, contribuendo a dargli forma. Occorre abitare questo spazio umano, senza avere la velleità di volerlo presidiare o l’ingenuità di volerlo occupare. Qui il punto è abitare, cioè stabilire un rapporto non superficiale né strumentale, capace di comprendere dal di dentro il significato di questo ambiente; tenendo conto del suo linguaggio e della sua morfologia, ma insieme orientandone gli sviluppi verso direzioni che vadano a beneficio dell’umano. Difficilmente sarà possibile comprenderlo, semplicemente stando all’esterno. Abitarlo con uno stile responsabile, da testimoni, consentirà di disegnare diverse prospettive per una presenza significativa”.

“La capacità di utilizzare i nuovi linguaggi – si legge nel messaggio – è richiesta non tanto per essere al passo coi tempi, ma proprio per permettere all’infinita ricchezza del Vangelo di trovare forme di espressione che siano in grado di raggiungere le menti e i cuori di tutti”…
“Il problema non è tanto inseguire le mode, quanto piuttosto parlare il linguaggio della gente e incontrarla là dove essa si trova, cercando di avvicinare anche i lontani. Quando la Chiesa non lo fa, rimpiangendo altre epoche e altri linguaggi, ammette implicitamente che il suo non è un messaggio per tutti i tempi. Invece, la forza del Vangelo sta nella sua capacità d’incarnarsi in ogni cultura, senza lasciarsi sequestrare, ma anzi aprendola a orizzonti più grandi. La stagione digitale, così come la stagione della stampa e, ancor prima, quella della scrittura, dimostra che la Chiesa non teme queste integrazioni, queste ‘ri-mediazioni’ di un messaggio che parla a tutti in ogni tempo. La Chiesa è consapevole che dopo questa stagione ne verranno altre”.

Ma è possibile essere autentici in questi ambienti?
“È possibile nella misura in cui c’è consapevolezza della continuità tra l’online e l’offline. E la continuità è garantita dalla persona sia quando è in Rete, sia quando ne è fuori. Non bisogna creare dualismi, giustapposizioni tra le due dimensioni. Se si è autentici in una dimensione, lo si è anche nell’altra. L’elemento della continuità emerge dalla robustezza della persona. Noi siamo sempre gli stessi, in Rete e fuori, anche se ogni ambiente, come tutti quelli della nostra vita sociale, ha codici, linguaggi, criteri di appropriatezza che gli sono propri. Per questo, la testimonianza, che è sempre una risposta all’incontro con la verità, appare decisiva”.

La Chiesa italiana ha scelto un’immagine per l’animazione della Giornata: in primo piano ci sono dei telefonini in carica e sullo sfondo alcuni ragazzi che fanno altro.
“Si tratta di una foto che rimanda alla compresenza e all’intreccio dell’online e dell’offline nella vita dei giovani. In primo piano ci sono telefonini di vario genere, che oggi permettono anche l’accesso alle Reti sociali, e anzi rappresentano per molti giovani la via privilegiata per la loro presenza nei social network. I loro proprietari, però, stanno facendo altro, mentre si guardano in volto. E questo è ciò che c’interessa, perché una situazione simile esprime bene l’inscindibile unità tra l’annuncio del Vangelo, l’esperienza concreta del vivere la comunità, l’utilizzo delle Reti sociali e la libertà di non esserne dipendenti. Nel messaggio il Papa usa l’immagine della porta, che è molto efficace da questo punto di vista. La porta mette in comunicazione ambienti diversi, indicandone, nello stesso tempo, una forma di continuità. C’è unità e differenza. Ma c’è un altro dato importante: la porta non dice solo che l’online e l’offline sono continui e contigui, ma indica un’apertura necessaria al Trascendente. Anche nel contesto smaterializzato della Rete, l’uomo può far emergere le cose che più gli stanno a cuore, come la questione di Dio”.

Sono trascorsi tre anni dal convegno “Testimoni digitali” che ha segnato un punto di svolta nella presenza della Chiesa italiana nello spazio digitale. Quali i principali risultati raggiunti?
“In questi anni è cresciuta sempre più la consapevolezza dell’importanza e della centralità delle Reti sociali. Le singole diocesi hanno colto nel web la possibilità di costruire ponti tra la Chiesa e la società, accorciando, quindi, possibili distanze. Se poi si guarda allo specifico dei nostri media – Avvenire, Sir, Tv2000, Radio InBlu e settimanali diocesani -, c’è da parte di tutti l’impegno a valorizzare la Rete non solo nel metodo di lavoro, ma anche nella condivisione e circolazione dei contenuti a pubblici sempre più ampi e variegati per età e provenienza. Questo consente ai linguaggi tradizionali – giornale, radio, televisione, agenzia – di moltiplicare le connessioni e di far rimbalzare il proprio messaggio attraverso un dialogo che va in entrambe le direzioni. E, nello stesso tempo, di ridefinire il proprio significato in un ecosistema che non ne cancella il ruolo, ma anzi dischiude preziose prospettive di sinergia con il nuovo”.

La figura dell’animatore della comunicazione e della cultura rappresenta senz’altro una peculiarità a livello ecclesiale. A che punto è la sua diffusione sul territorio? E come procede la formazione? 
“Stanno crescendo singole persone che, spesso nell’anonimato, portano avanti un discorso di animazione culturale con una particolare attenzione al mondo della comunicazione. È importante, però, che maturi ancora di più la consapevolezza dell’importanza d’investire su persone che si dedicano a questi ambiti. Negli ultimi anni, in centinaia hanno partecipato al corso di alta formazione per gli animatori della comunicazione e della cultura (Anicec), che prevede incontri online e residenziali. A tal proposito stiamo approntando una completa rivisitazione del corso online, che dovrebbe partire dopo la pausa estiva. Il nuovo corso, che sarà fruibile anche da smartphone, punta a creare maggior dialogo con le piattaforme digitali più popolari e a consentire un rapporto più stabile con i tutor, che seguono gli iscritti nella loro formazione. Insomma, stiamo affinando la fisionomia dell’animatore della comunicazione e della cultura anche alla luce delle nuove possibilità tecnologiche, integrando presenza fisica e mediata, linguaggi nuovi e tradizionali, coinvolgimento e tutoring reciproco nel processo di apprendimento, e offrendo maggiori occasioni di ‘imparare facendo’, secondo la logica ‘hands on’ tipica del web”.

Tra pochi giorni si terrà l’assemblea generale della Cei che, in linea con gli Orientamenti pastorali del decennio, sarà dedicata al tema “Educatori nella comunità cristiana: criteri di scelta e percorsi di formazione”. Quali “suggestioni” per quanto riguarda il ruolo dei media?
“Dalla pubblicazione del Direttorio sulle comunicazioni sociali, nel 2004, in poi, la Chiesa italiana ha preso sempre più consapevolezza della ricaduta dei grandi media sui processi di formazione culturale e di costruzione dell’opinione pubblica. Oggi, in tutto ciò, bisogna anche tener conto dei social media. Per questo, nell’attenzione educativa di questo decennio, non può mancare una considerazione attorno a quello che è stato definito ‘il nuovo contesto esistenziale’. Negli Orientamenti pastorali i vescovi invitano, tra l’altro, a ‘educare alla conoscenza di questi mezzi e dei loro linguaggi e a una più diffusa competenza quanto al loro uso’. Qualcosa in questo senso si sta muovendo: si sono moltiplicati i siti e i blog di carattere religioso d’Istituzioni, singoli e comunità. Continua, quindi, ‘l’impegno educativo sul versante della nuova cultura mediatica’ così come chiesto dai vescovi negli Orientamenti”.

Come proseguirà l’impegno nel settore delle comunicazioni dopo la Giornata? Ci sono iniziative in cantiere?
“Nelle diocesi l’impegno nelle comunicazioni proseguirà secondo tre obiettivi fondamentali: accompagnare la vita ordinaria della Chiesa locale nella sua comunicazione ad extra e ad intra, ossia all’esterno e all’interno della vita ecclesiale; coltivare rapporti di quotidiana attenzione verso gli operatori della comunicazione, che dovrebbero culminare nel tradizionale incontro con i giornalisti per la festa del loro patrono, san Francesco di Sales (24 gennaio); far crescere il numero e la qualità degli animatori della comunicazione e della cultura. Questi sono gli obiettivi che dovrebbero guidare il lavoro degli Uffici diocesani per le comunicazioni sociali. A livello nazionale, invece, abbiamo tenuto nell’ottobre scorso un incontro con tutti i direttori diocesani; un altro momento di confronto è previsto dopo l’estate. Più avanti, probabilmente il prossimo anno, torneremo a proporre un appuntamento con tutti gli operatori della comunicazione”.

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