Il capitale sociale sfratta l’antipolitica

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“Felice il crollo se la ricostruzione renderà più bello l’edificio”. Ha usato questa citazione di Sant’Ambrogio per parlare dell’attuale stato di crisi, e delle speranze che dobbiamo nutrire, l’economista Stefano Zamagni intervenuto al convegno “Educare alla politica”, che si è svolto a San Marino il 26 e 27 aprile organizzato dall’Istituto Internazionale Jacques Maritain; partner dell’iniziativa sono stati la Segreteria di Stato Istruzione e Cultura della Repubblica di San Marino, la Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II, l’Ente Cassa di Faetano, la Fondazione San Marino. Un convegno voluto per affrontare fenomeni come l’‘antipolitica’ che implicano l’indifferenza nei confronti dei processi politici, il discredito delle classi dirigenti, l’emergere di leader populisti, la protesta che può giungere fino al rifiuto di partecipare al suffragio popolare. Ma proprio a proposito dell’antipolitica Zamagni ha sottolineato che oggi essa si declina soprattutto come “antipartitica”, che non viene spiegata se non con “molta tautologia, ovvero con un giro di parole che non dice niente del perché c’è questa antipolitica”.

Posizioni diverse costi uguali. Contro questo modo di pensare e per “educare” veramente le persone e cambiare le cose l’economista ha proposto un “modello teorico che va in profondità”. Secondo questo modello c’è un “trade off”, ovvero un’alternativa tra la “sfera della sicurezza”, per la quale “stringiamo la nostra libertà e rinunciamo a parte della sovranità” e la “sfera della libertà”. Entrambe hanno dei costi ma a seconda che ci si sposta verso una o verso l’altra si hanno politiche di “sinistra” o di “destra” o di “centro”: ma la verità è che la somma dei costi di tali politiche è uguale e se le si paragonano a una curva, il punto non è dove si posizionano le scelte politiche ma abbassare i costi, cioè la curva stessa.

Bisogno di capitale civile. Il docente ha spiegato che la posizione della curva è determinata dal capitale civile: “Più è alto il capitale civile, più bassa sarà la curva”. Ma da cosa è formato il capitale civile? Dal “capitale sociale, che è la trama di relazioni di fiducia tra persone che vivono in una comunità” e dalle istituzioni, “ovvero nient’altro che le regole del gioco” che sono politiche ed economiche. Ora il problema è che il capitale sociale può essere “bonding” ovvero “cattivo”, cioè fondato su reti di fiducia a corto raggio, come possono essere il clan o la famiglia o legami di interesse e “bridging”, “buono”, ovvero “un capitale sociale che getta ponti fra tutti, per cui si fanno affari, c’è progresso e guadagno”. In Italia, ma non solo, c’è più bisogno di “bridging” e questo può avvenire solo attraverso “l’educazione che significa ‘essere’, testimonianza ed è diversa dall’istruzione per cui bisogna sapere”.

Politiche “inclusive”. L’altra verità, necessaria per educare la politica, è che le istituzioni non sono solo politiche ma anche economiche e possono essere di due tipi, “estrattive” e “inclusive”. Le prime, che rappresentano il 90% delle nostre attuali istituzioni, “estraggono il valore aggiunto prodotto da qualcuno e lo trasformano in rendita, per esempio finanziaria”, mentre le seconde “includono tutti nel processo produttivo creando profitto o salario”: ci vogliono entrambe “ma un Paese non può svilupparsi se la rendita supera il 15-16%. In Italia è pari al 33%”.

Bisogno di governance. Infine le istituzioni si basano su tre modelli: il “free marketing” grazie al quale “ottengo magari efficienza a scapito, ad esempio, della giustizia”, il “government”, basato sulla gerarchia, “per cui posso avere meno efficienza ma più giustizia distributiva” e la governance, “di cui nessuno parla mai, che è la traduzione pratica del principio di sussidiarietà basato su relazioni orizzontali tra corpi intermedi della società”. Per Zamagni “una società avanzata come la nostra deve avere tutti e tre i modelli a seconda dell’area di applicazione”, perché “un tavolo su due gambe non regge”.

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