A Rimini risuonano, in occasione della 36esima Convocazione nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo, le testimonianze di quanti soffrono e muoiono causa della fede

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Di Daniele Rocchi

Vittime e testimoni al tempo stesso, uccisi a causa della loro fede, quella stessa fede con cui hanno affrontato i loro persecutori. Attraverso il loro sangue “si rinnova oggi il sacrificio di Cristo”: sono i martiri cristiani che continuano a essere massacrati in più parti del mondo. Le loro storie sono risuonate ieri nei padiglioni della Fiera di Rimini, dove è in corso la 36ª Convocazione nazionale del Rinnovamento nello Spirito Santo. Una platea di oltre 15mila persone ha ascoltato le testimonianze di religiosi provenienti da Iraq, Siria, Nigeria ed Eritrea, Paesi dove la mano dei violenti non risparmia niente e nessuno, siano essi vecchi, donne e bambini. Nel silenzio del mondo e, talvolta, anche dei credenti.

Il silenzio degli innocenti. “Non dobbiamo essere la Chiesa delle tre scimmiette, non vedo, non sento e non parlo” afferma padre Meconnen Amanuel, sacerdote eritreo mimando con i gesti le sue parole. “In Eritrea ci sono cristiani, in larga parte pentecostali, perseguitati, torturati, bastonati, abusati. Sono altri Gesù che portano la Croce nel silenzio del mondo. Se non parliamo noi, se non siamo noi Chiesa ad alzare la voce, a denunciare questo stato di cose, chi lo farà?”. Squarciare, allora, il silenzio con la testimonianza, con la denuncia diventa una missione al servizio di questi “altri Gesù”. Storie di libertà negate e di diritti azzerati: “In Sinai centinaia di giovani eritrei, in fuga dalla miseria e dalla violenza, sono vittime di trafficanti di organi. Subiscono orribili torture dai loro aguzzini che, per rilasciarli, chiedono alle famiglie dai 30 ai 50mila dollari” spiega il sacerdote eritreo. La platea ascolta con attenzione, catturata anche dai video e dalle foto, rimandate nei megaschermi posti nel grande padiglione, immagini forti di chiese distrutte, di corpi straziati, di volti sfigurati dal dolore.

Un esempio da onorare. I 15mila della Fiera sono subito catapultati davanti alle istantanee della profanazione della cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso a Baghdad. Nella chiesa, il 31 ottobre 2010, un commando di 5 aderenti ad al Qaeda uccise 47 persone tra cui due sacerdoti e due bambini di tenera età. Sul palco sale il parroco della cattedrale padre Saeed Ayzar: “Abbiamo avuto la tragedia della perdita di amici, di confratelli, di parenti, ma – dice – siamo convinti che il loro sangue, mescolato con quello dell’Eucarestia che si stava celebrando in quel momento, sta diventando seme nuovo di vita”. Ricorda che “la nostra cattedrale non è stata mai chiusa anche dopo l’attentato, ha continuato tutte le sue attività pastorali e caritative”. Alla memoria delle 47 vittime della cattedrale si aggiunge quella di tanti altri martiri iracheni, l’arcivescovo caldeo di Mosul, monsignor Paulos F. Raho, padre Ragheed Ganni e i suoi suddiaconi. “Subiamo minacce, le nostre case sono attaccate. In Iraq – rivela – la situazione è ancora complicata per i cristiani ma restiamo per onorare il loro esempio. Vogliamo come cristiani contribuire alla rinascita e alla ricostruzione materiale, morale e religiosa del nostro Paese. Oggi vediamo anche i frutti di questo sangue versato, i doni del martirio che sono movimenti laicali nati per aiutare i disabili, strutture mediche per la popolazione cristiana e musulmana, case di accoglienza. Doni che sfidano minacce e difficoltà e che ci invitano a prendere la Croce e seguire Gesù in ogni istante”. Da al Qaeda, in Iraq, ai militanti di Boko Haram, in Nigeria: la testimonianza di suor Mary Christine Ugobi-Onyemere avvicina i due Paesi dove i cristiani condividono le stesse difficoltà. Le immagini, sembrano le stesse dall’Iraq, ma sono quelle delle chiese attaccate in Nigeria, nella regione di Kaduna, nella città di Jos. Dietro queste stragi i fondamentalisti islamici di Boko Haram. Anche qui persecuzioni, violenze e morti innocenti, sangue di martiri che alimentano e fecondano “la nostra Chiesa”.

Non solo sofferenza… A Rimini c’è anche uno spicchio di Siria rappresentata da suor Paola (motivi di sicurezza impediscono di rivelarne il cognome), da anni ad Aleppo, nel nord del Paese guidato da Bashar al Assad ed oggi segnato da una guerra civile che sta provocando decine di migliaia di morti. “Siria la tua terra è santa, terra dell’amore e della pace” si legge in un poster rilanciato dagli schermi. “Era la nostra speranza nella primavera araba – racconta la religiosa – che si è infranta nel conflitto in corso”. I ricordi si fermano al 15 gennaio di quest’anno, giorno dell’attentato dinamitardo alla città universitaria, “proprio vicino alla nostra casa”, che provocò decine di morti, tra questi anche suor Rima Nasri, “martire innocente”. “Oggi viviamo l’agonia di Cristo, ma non c’è solo il dolore, ci sono anche segni della presenza dello Spirito: nelle visite alle famiglie ci colpiscono la serenità, la fiducia in Dio, la maggiore unità delle persone che condividono pane e acqua, il telefono, il gasolio, tutto. Anche a livello di Chiesa è meraviglioso rilevare la presenza generosa e coraggiosa dei francescani, la maggiore unità tra riti e confessioni, pagata con il rapimento il 9 febbraio di due sacerdoti, uno armeno cattolico e l’altro greco ortodosso. La Caritas ad Aleppo fornisce aiuto a 1300 famiglie che hanno in media 4 o 5 membri, i padri gesuiti 1.600 pasti al giorno. Non possiamo tacere, non possiamo restare inerti davanti al male. Con questa fede e queste opere invochiamo la pace sulla Siria”.

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