Tonino Bello

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Di Nicolò Tempesta

“Questo io vi chiedo: siate pastori con l’odore delle pecore”.
Così ci ha parlato Papa Francesco durante la Messa Crismale dello scorso Giovedì Santo. “Il Signore lo dirà chiaramente – ci ha ricordato il vescovo di Roma – la sua unzione è per i poveri, per i prigionieri, per i malati e per quelli che sono tristi e soli. L’unzione, non è per profumare noi stessi e tanto meno perché la conserviamo in un’ampolla, perché l’olio diventerebbe rancido e il cuore amaro”. Non so se l’accostamento può essere precipitoso, ma le parole del Papa mi sembrano la didascalia più vera che ci fa ancora ricordare, soprattutto per i più adulti tra di noi, nitidamente quel 20 aprile 1993 e il tramonto lucente sul molo di Molfetta di monsignor Antonio Bello.
La celebrazione eucaristica fu presieduta da monsignor Mariano Magrassi, arcivescovo di Bari-Bitonto, che introdusse l’omelia con queste parole: “È stato un tramonto luminoso, quasi più fascinoso di un’alba. […] Ringraziamo il Signore per averci dato una testimonianza così luminosa. Facciamo in modo che non si disperda nell’aria solo per un istante, come il profumo effimero di un fiore, ma si scolpisca nel cuore. Per sempre. Sarà il modo migliore di ricordarlo”. Mi piace ricordarlo così don Tonino: un prete, un vescovo con l’odore delle pecore, profondamente immerso nei problemi della sua gente, nella tristezza della sua gente, nella gioia della sua gente.
La sua più grande aspirazione di pastore è stata quella di mettersi alla sequela di Cristo insieme col suo popolo.
Condividendo fino in fondo il cammino della nostra diocesi, don Tonino lo ricordiamo come un pastore buono in mezzo al suo popolo, servendo anche nella sua malattia la nostra gioia di vivere, la nostra capacità di sperare, la responsabilità di crescere come protagonisti della nostra storia personale e collettiva, della storia della nostra Chiesa locale e del mondo intero. Entrando in solidarietà con i nostri percorsi feriali ha generato dentro di noi una qualità nuova dell’esistenza. Per questo è stato un pastore con l’odore delle pecore.
Nell’omelia pronunciata il 19 marzo 1993 in Episcopio, durante il rito di ammissione agli ordini sacri di due giovani seminaristi, dirà: “Vi auguro che non stiate mai in testa e neppure in coda, ma possiate stare sempre in mezzo al popolo, come Gesù. Sedetevi in mezzo alla gente, sentite il sapore e il profumo del popolo, inebriatevi di questo grande ideale di annunciare Gesù Cristo”. Non so se ne fosse consapevole o no. È certo che con queste parole don Tonino non solo ha fatto gli auguri più belli ai due futuri presbiteri, ma ha anche tratteggiato lo stile prioritario del suo ministero episcopale ricordandoci l’impronta di Chiesa da assumere: in mezzo al popolo, con l’odore del popolo.
Sono trascorsi venti anni da quel giorno e don Tonino, il suo esempio di uomo e di vescovo, continua a essere per tutti quanti noi quel fascio di luce che porta impressi i tratti del Figlio di Dio. La fede di don Tonino ci permette ancora oggi d’incontrare Cristo. La sua testimonianza continua a parlarci di pace, di solidarietà, di bellezza della vita. Lo sentiamo vicino perché continua a sorridere, a incoraggiare i giovani, ad accarezzare i bambini; anche dall’altare scomodo della sua malattia ci ha benedetto ricordandoci che “quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce non siamo discepoli del Signore: siamo mondani”. Per questo lo sentiamo oggi più vicino che mai, perché continua a parlarci di Cristo e ad additarci la speranza.
La fede di Tonino Bello, il suo amore per l’unico Maestro ci ha allenati a saper riconoscere il Cristo nei percorsi ordinari della vita; lo ricorda Papa Benedetto nel Motu proprio “Porta Fidei”: “È la fede che permette di riconoscere Cristo ed è il suo stesso amore che spinge a soccorrerlo ogni volta che si fa nostro prossimo nel cammino della vita” (n. 14). Don Tonino ci aiuti a non perdere la speranza in questo tempo definito di passioni tristi, e il nostro impegno di cristiani responsabili sono certo non deluderà lo stesso vescovo che il 27 giugno 1992 in una riflessione dettata al Consiglio pastorale diocesano così si esprimeva: “Eppure, tra le arterie di questa città che rassomiglia sempre più a Babele e sempre meno a Gerusalemme, soffia il vento dell’attesa. Non si sa bene di che. Ma è certo un’attesa di significati. C’è domanda di sale. Di sapori perduti. Di gusti profondi. Nei giovani soprattutto. I quali, se l’insostenibile leggerezza dell’essere impedisce loro d’immergersi nel cuore delle cose e li tiene lì a galleggiare sulla superficie dei fenomeni come su di una lastra di cristallo, avvertono però il fascino dei grandi valori e sentono il profumo di un pane di cui non sanno presso quale forno fare la provvista”.

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