La vetrata veicolo del sacro

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di Francesco Rossi

Arte, architettura e liturgia camminano insieme. Da questa convinzione, propria del Concilio Vaticano II, parte Koinè, la rassegna internazionale di arredi, oggetti liturgici ed edilizia di culto in corso a Vicenza (13-16aprile).
Un appuntamento che non vede solo espositori (oltre 300, il 30% dei quali viene dall’estero), ma anche mostre e una sezione dedicata alla ricerca. Al centro di questa XV edizione è la vetrata artistica e ciò che rappresenta per l’espressione del sacro.
Particolare rilievo, nella kermesse, ha pure la riflessione sull’adeguamento degli spazi celebrativi, oggetto di un convegno in corso oggi, organizzato in collaborazione con l’Ufficio Cei per i beni culturali ecclesiastici. Poi la progettazione acustica delle chiese (al riguardo sono state presentate linee guida scaturite da uno studio realizzato su incarico del Servizio nazionale per l’edilizia di culto della Cei), la manutenzione programmata dei complessi parrocchiali, i “cantieri scuola” e i “laboratori didattici” per recuperare i beni culturali, l’esperienza di “rinascita” a Villafranca di Medolla (Modena), con una chiesa temporanea realizzata in breve tempo per far fronte alla mancanza di un luogo per la liturgia e le attività della comunità cristiana a seguito del terremoto.

A partire dal Concilio. “L’adeguamento liturgico delle chiese corrisponde a una precisa determinazione del Concilio Vaticano II, non è da considerare un’iniziativa locale o personale”, rimarca monsignor Giancarlo Santi, presidente del comitato scientifico di “Koiné Ricerca” e dell’Amei (Associazione musei ecclesiastici italiani). Una sottolineatura tanto più importante considerando che nel 2013 ricorre il 50° anniversario della costituzione sulla sacra liturgia “Sacrosanctum Concilium”. “Per questa ricorrenza – prosegue Santi – Koinè ricerca ha scelto di focalizzarsi sul tema dell’arte nelle chiese”, alla quale la costituzione dedica “grande attenzione, a partire dalla riaffermazione della liturgia come ‘culmine e fonte’ della vita della Chiesa”.

La vetrata e il senso del divino. A evidenziare il ruolo della luce nel rapporto tra arte e liturgia è intervenuto, in un convegno, il gesuita padre Andrea Dall’Asta, direttore della Fondazione San Fedele di Milano e della Galleria Lercaro di Bologna, che ha parlato della vetrata come “velo tra visibile e invisibile”, perché “tutto appare trasfigurato dalla luce filtrata” attraverso di essa. Dopo aver conosciuto alterne fortune, da oltre un secolo “si assiste a un rinnovato interesse per le potenzialità luministiche della vetrata”, che non deve limitarsi a “fare emergere la logica di una narrazione” o “creare spazi colorati”, bensì – ha precisato il gesuita – “aprirci a un’esperienza in cui lo spazio diventa luogo che permette di rendere sensibile il senso del divino”. Essa, ha rimarcato don Roberto Tagliaferri, docente all’Istituto di liturgia pastorale Santa Giustina di Padova, “marca un confine e permette un oltrepassamento di soglia tra interno ed esterno senza tuttavia traghettare completamente in altro luogo”.

Arte e architettura, elementi della liturgia. Se l’edificio liturgico non è solo un “contenitore”, né gli arredi e gli oggetti liturgici semplici orpelli, ma parte integrante della liturgia, allora “è necessaria una simbiosi dei vari ambiti, perché ci sono diversi codici non verbali e l’azione liturgica li coinvolge tutti: lo spazio architettonico, le vetrate, le immagini sacre, i paramenti diventano parte della celebrazione”, ha rimarcato al Sir monsignor Giuseppe Russo, direttore del Servizio Cei per l’edilizia di culto, evidenziando la necessità di un lavoro in team tra diverse professionalità, dall’architetto al teologo, quando si tratta di adeguamento degli spazi celebrativi o della costruzione di una nuova chiesa. “Ad esempio, quando – si è chiesto – una vetrata è pienamente riuscita? Non basta un artista di qualità, ma serve un dialogo” che coinvolga anche il liturgista, il teologo e, non da ultimo, la committenza, a volte troppo legata a raffigurazioni tradizionali oppure “non in grado di distinguere tra semplice artigianato e arte”. Concetto ripreso da Lea Di Muzio, coordinatrice di “Koinè Ricerca”, per la quale “lavorare in team permette di ricucire il rapporto tra arte e liturgia” portandolo su un giusto binario. In un’epoca nella quale la sobrietà ha particolare importanza, Di Muzio esorta ad avere “una ricchezza di contenuti all’insegna della nobile semplicità”, evitando la “ridondanza ma pure la sciattezza” e ponendosi “in dialogo con la contemporaneità per ridare dignità all’architettura di culto”.

Un cantiere ancora aperto. In merito all’adeguamento liturgico, a cinquant’anni dal Concilio “la situazione è ancora problematicamente aperta”, ha riconosciuto l’architetto Giorgio Della Longa, parlando di “uno stato di work in progress permanente”. Si tratta, ad avviso di Emmanuel Bellanger, direttore della rivista “Nartex” e del dipartimento di musica presso la Conferenza episcopale francese, di continuare ad “approfondire la ricchezza della liturgia per il mondo di oggi” e “cercare, in uno spirito di collaborazione fiduciosa ed esigente, ciò che il Concilio chiama ‘l’art veritable’, ovvero un’arte di verità, nel rispetto totale di ognuno”.

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