Una riflessione sulle due quindicenni che hanno ucciso un anziano a Udine

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Abbiamo sentito con dolore la notizia dell’omicidio di Udine: due quindicenni, due ragazzine, hanno ucciso un uomo robusto di 67 anni , quasi un nonno, un vicino di casa, fracassandogli le costole in campagna, poi hanno unito i fili dell’accensione dell’auto dell’ uomo e hanno percorso a tutta velocita’ l’autostrada per scappare, pur non avendo mai guidato. “E’ stato come nel videogioco GTA” hanno detto candidamente ai due ragazzi conosciuti in treno, dopo aver terminato la benzina dell’auto , per continuare la folle fuga in treno.. Aldila’ dell’efferatezza del delitto, vista l’età delle ragazzine, c’e’ da porsi lacune domande; Chiunque lavori nel settore dell’educazione, ma anche un genitore, o semplicemente un cittadino, deve doverosamente fermarsi un attimo a riflettere. Le due ragazzine erano in preda ai fumi dell’ hashish e marijuana e a quelli del lambrusco consumato in abbondanza a casa di questo “strano” vicino-pseudo-nonno cosi’ disponibile. Entrambe con qualche  problematica familiare, come mai frequentavano con tanta confidenza la casa di quest’ uomo? I genitori ne erano al corrente? Approvavano? La ricerca di questo surrogato di nonno era lecita, scevra da risvolti…inquietanti? Come mai lui accettava che le due quindicenni fumassero liberamente spinelli, ossia si drogassero, a casa sua, tra una spaghettata e una bevuta di vino?? Un vero nonno lo accetterebbe?

Questa e altre riflessioni dipingono a tinte fosche questa vicenda, aggravata dal sospetto che, oltre a tutto, gli inquirenti sospettino l’uso di allucinogeni, che avrebbero dissociato la residua percezione della realta’ delle due ragazzine. E poi, aggiungendo disgusto su disgusto, c’e’ il movente, la storia del bancomat dell’uomo usato dalle due quindicenni e dei prelievi di 150,00 € al colpo ritirati dall’assassinato nei giorni precedenti l’omicidio.

Si apre uno squarcio scomodo, ma da non trascurare: il dramma dell’adolescenza, dell’incapacita’ di farcela con le proprie forze, il sentirsi abbandonate dal mondo adulto, la fuga nei paradisi articiali, che altro non sono che inferni mascherati e – sottolineiamolo – mascherati in modo volgare e squallido.

In questi casi , la societa’ non puo’ sentirsi estranea, non ci si puo’ esimere dal chiedersi “perche’?” e “…si poteva evitare?

Queste ragazze…hanno mai frequentato la chiesa, la parrocchia? Si sono mai messe a tavola con i propri genitori? Hanno praticato un’ attivita’ sportiva oltre la scuola? Qualcuno controllava i loro giri di amicizie? I genitori si sono mai seduti sul loro letto, la sera, a parlare, chiedere com’e’ andata la giornata, accogliendo i loro sfoghi, le loro confidenze, hanno mai condiviso i loro successi nell’affacciarsi alla vita o le prime delusioni o gli insuccessi, i primissimi amori?

Le hanno mai accompagnate alle feste di compleanno?

Bene ha fatto il giudice minorile , da vero competente e pedagogo, a comprendere che questo e’ il dramma di un cattivo stile di vita, di una cattiva educazione, e le ha collocate, separatamente, in due comunita’ educative e non nel carcere minorile, che ne avrebbe incrudito e rafforzato gli errori. Una comunità educativa, per conoscere orizzonti mai esplorati, per scoprire la speranza, apprezzare le piccole cose e  per … ricominciare.

Susanna Faviani

Giornalista pubblicista dal '98 , ha scritto sul Corriere Adriatico per 10 anni, su l'Osservatore Romano , organo di stampa della Santa Sede per 5 anni e dal 2008 ad oggi scrive su L'Avvenire, quotidiano della CEI. E' Docente di Arte nella scuola secondaria di primo grado di Grottammare.

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