L’Aquila, quattro anni dopo, giovani in fuga

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Di Claudio Tracanna direttore ”Vola” (L’Aquila)

Alla città de L’Aquila è legata la leggenda del numero 99. Si narra, infatti, che la città abruzzese avesse 99 chiese con relative piazze e fontane. Uno dei simboli del capoluogo abruzzese è proprio la “Fontana delle 99 cannelle”, bel monumento restaurato dal Fai (Fondo ambiente italiano) dopo il sisma, a cui è legata l’identità della città. Il numero leggendario, però, è smentito dalle statistiche che in questi giorni il Comune sta snocciolando: sembra che non 99 ma 100 giovani al mese stiano lasciando la città. Lo stesso sindaco, Massimo Cialente, parla di 3.500 cittadini che nel 2012 hanno abbandonato L’Aquila.
Tutto previsto anche dall’Ocse che, in uno studio presentato nei mesi scorsi, aveva evidenziato il fenomeno dell’abbandono e, contestualmente, quello dell’arrivo di numerosi stranieri in cerca di lavoro nei cantieri della ricostruzione.
Dunque, è ancora difficile vivere a L’Aquila e lo sarà ancora per molto. Il centro storico ancora puntellato come nel 2009, è testimone dello stallo di una città dove le macerie fisiche e del cuore sono davvero ancora troppo ingombranti. Macerie che rischiano di schiacciare gli abitanti che, in qualche caso, scelgono di andar via per ricominciare altrove.
Ma si può ricominciare anche a L’Aquila? È la domanda che soprattutto in questi giorni, di ricordo e di preghiera, sosta nel cuore di molti aquilani, soprattutto dei giovani. Una domanda importante che vuole trovare una risposta positiva. Anche perché gli aquilani sono persone robuste nell’animo, che amano visceralmente la propria città. Il motto di un antico marchio tipografico aquilano recitava così: “Finché arde il mio cuore per te (Aquila) non ti estinguerai” (tipografia Cacchio 1581).
Finché arderà questo amore? A volte sembra che non basti più la buona volontà dei cittadini che hanno un nemico da qualche parte che impedisce loro di rinascere. La burocrazia? La politica? I meschini interessi di qualche corporazione?
Si può fermare l’emorragia di speranza simboleggiata dai giovani che vedono il loro futuro altrove?
Nel quarto anniversario del sisma non è facile trovare risposte, pur nella consapevolezza che queste sono urgenti e che qualcosa va fatto.
L’ottava di Pasqua ci suggerisce che nessun masso è troppo pesante per impedire una rinascita, non c’è masso che non si possa rotolar via per vedere la luce di una resurrezione che è attesa proprio da tutti a L’Aquila e che nessuno vorrebbe rassegnarsi a non vedere più.
Certo, per gli aquilani sono passati più di tre giorni dalla morte della loro città; sono trascorsi ben quattro anni, troppi per tutti, giovani e anziani che, a ragione, desiderano un futuro migliore con qualche certezza in più. Sì, perché basterebbe un po’ più di chiarezza e qualche progetto pilota che dia a tutti non solo la sensazione ma la certezza che le macerie stanno lasciando spazio alla nuova L’Aquila; una nuova città che attende impaziente di essere ammirata, bella più di prima, da chi non sa sottrarsi al fascino della storia, che neppure il terremoto è riuscito a cancellare del tutto.
Che venga ascoltato da tutti, allora, il grido dei 309 martiri del terremoto aquilano! Un grido che ci obbliga a ricostruire il capoluogo abruzzese, tutelando soprattutto il futuro dei giovani che, il 6 aprile 2009, hanno già pagato un prezzo troppo alto, quello della vita, e che ora certamente non meritano di essere espulsi da una città che non ha saputo risorgere dalle proprie macerie.

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