Un mondo senza mafie? Si può

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MONDOMezzo milione di persone vivono in una situazione di schiavitù in Argentina, per lavoro o a scopo di sfruttamento sessuale. Una piccola ma consistente parte dei 27 milioni di schiavi nel mondo. Il mercato è gestito dalla criminalità organizzata, che fa soldi anche con il narcotraffico e ricicla denaro nei modi più impensabili. Per creare una rete argentina contro la criminalità organizzata, si concluderà oggi a Buenos Aires, nell’aula magna della Facoltà di diritto e difesa del popolo, il congresso internazionale “2013. Per una Argentina senza mafie”, organizzato dalla ong “La Alameda”, una organizzazione fortemente sostenuta dall’allora cardinale Jose Mario Bergoglio, che aveva organizzato diverse messe per sensibilizzare la città su questi temi. Alla tre giorni hanno preso parte una sessantina di esperti, rappresentanti di organizzazioni della società civile di Brasile, Colombia, Hong Kong, Spagna, Italia. Per l’Italia è presente Tonio dell’Olio, coordinatore di Libera international. Tra i temi dibattuti: la tratta a scopo di sfruttamento sessuale e lavorativo; il traffico di neonati, gli abusi sui bambini e la rete di pedofili; il riciclaggio di denaro sporco; i delitti ambientali; il narcotraffico; le legislazioni e il crimine organizzato; il giornalismo investigativo. “In Argentina è in corso un processo di accumulazione mafiosa – ha detto il presidente di ‘La Alameda’Gustavo Vera, uomo di fiducia del Papa -. Il 78% dell’industria tessile utilizza lavoratori clandestini in condizione di schiavitù. Dobbiamo riappropriarci dei beni degli schiavisti”. Un panel del congresso è dedicato all’impegno delle religioni contro il crimine organizzato, con rappresentanti di diverse confessioni e religioni, tra i quali il rabbino Abraham Skorka (che ha firmato un libro con il Papa) e monsignor Jorge Lozano, vescovo di Gualeguaychù e presidente della Commissione per la pastorale sociale dell’episcopato argentino. Patrizia Caiffa, per il Sir, ha parlato con monsignor Lozano.

Qual è l’impegno della Chiesa argentina contro il crimine organizzato?
“C’è una doppia dimensione. Da una parte lavoriamo per assistere e accompagnare le vittime di questa rete mafiosa: tossicodipendenti, donne rapite a scopi di sfruttamento sessuale, ecc. Cerchiamo di aiutare, accompagnare, fare corsi di formazione, di reinserimento lavorativo. La seconda dimensione è la sensibilizzazione della società, quindi un lavoro di denuncia e vicinanza a organizzazioni come ‘La Alameda’ impegnate in prima linea contro le mafie”.

Sono temi prioritari per la vostra Chiesa?
“Non direi prioritari perché questa parola ha una connotazione particolare nella Chiesa argentina. Ma sono temi di grande importanza che seguiamo con passione. Perché ci stiamo rendendo conto che c’è un aumento del crimine organizzato nella regione latinoamericana. Ne abbiamo parlato anche durante diversi incontri del Celam, il Consiglio episcopale latinoamericano. Il tema è ampiamente citato anche nel documento di Aparecida. Dobbiamo fronteggiare uniti questo fenomeno. È una lotta molto lunga e difficile. Ci vorrà molto tempo e molti sforzi. Richiede tanta perseveranza e collaborazione con altri organismi, altrimenti non si va avanti”.

Le religioni possono agire insieme in quest’ambito?
“Abbiamo alcuni principi religiosi in comune: la vita è un dono di Dio; tutti abbiamo la stessa dignità; i diritti di tutte le persone devono essere tutelati senza nessun tipo di condizionamento rispetto alla sua condizione sociale e alle sue origini etniche. In questo senso è utile incontrarsi per far rispettare i diritti di tutti”.

Ci sono esempi concreti di collaborazione?
“C’è una iniziativa che si concretizza attraverso l’organismo ‘Religioni per la pace’ a livello latinoamericano: sta facendo alcuni passi in avanti contro il narcotraffico e la criminalità organizzata. Ora stiamo appoggiando un’iniziativa interreligiosa per promuovere, presso le Nazioni Unite, un accordo sulla compravendita di armi leggere. Sono temi importanti per far dialogare le religioni”.

Perché è importante la collaborazione tra la Chiesa e la società civile laica?
“Abbiamo rapporti di collaborazione non solo con ‘La Alameda’, ma con tante altre organizzazioni laiche. Come pastorale sociale e Commissione giustizia e pace abbiamo contatti con altre organizzazioni, con la Caritas, Red solidaria, le università e stiamo facendo molti programmi comuni su temi diversi come le tossicodipendenze, senza pregiudizi di credo o ideologie. Abbiamo lavorato con organismi come la ‘Red Infancia robada’ di cui occupa suor Martha Peloni. E con altre organizzazioni della società civile contro la tratta a Cordoba. È importante unire le forze per il bene comune della società”.

Cosa si aspetta dalle conclusioni del congresso?
“Spero che sia un passo in avanti nella sensibilizzazione su questi temi e si raggiunga un accordo per realizzare iniziative concrete contro il crimine organizzato”.

Una domanda personale, rivolta ad un vescovo amico di Bergoglio: qual è la sua impressione su questi primi giorni di pontificato?
“Mi sembra che si stia comportando come quando era a Buenos Aires: fa gesti semplici ma molto eloquenti, con un modo di predicare molto accessibile. Alla gente piace perché capisce ciò che dice. È un uomo semplice, vicino alla gente. Non è cambiato. È la stessa persona, sia come vescovo, sia come Papa”.

Il tema della tratta e della schiavitù tornerà nei suoi interventi pubblici?
“Penso di sì, perché è stato sempre coinvolto in quest’ambito come arcivescovo di Buenos Aires. Il tema continuerà ad essere presente nella sua predicazione anche come Papa”.

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