Venerdì Santo, mai più altri sacrifici

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Di Laura Bosio

È venerdì santo. A Gesù hanno tolto tutto, la libertà, gli amici, la forza fisica. Adesso gli tolgono anche il suo corpo. Spogliato dei vestiti, viene esposto agli occhi di ognuno, nudo. Degli insolenti, che lo deridono; degli increduli, che lo sbeffeggiano; dei nemici, che lo condannano; degli impietosi, che lo disprezzano e lo insultano; dei pietosi, che distolgono lo sguardo; degli amici, che lo piangono.
Gesù viene incatenato alla croce, lo strumento di tortura riservato ai servi: il culmine della passione, nella breve parabola della sua esistenza sulla terra. Era già apparso sofferente in numerose vicende precedenti, fino al tristis est anima mea del Getsemani. Il termine greco, perilupos, rende meglio questa realtà rispetto al latinotristis: l’anima di Gesù non è soltanto triste e angosciata, è avvolta di dolore. Ormai sulla croce – il simbolo che in una lunga tradizione rimanda a un ordito che tutto connette, a una trama di linee verticali e orizzontali che nulla esclude – non può più niente se non pendere in silenzio e sopportare.
Per tre ore Gesù soffre. Sua madre e l’amico più caro sono ai piedi della croce. “Questo è tuo figlio” dice alla madre. “Questa è tua madre” dice a Giovanni. Stacca da sé persino il loro amore. È solo, non si può altrimenti: ha preso su di sé la colpa degli uomini e da solo la porterà davanti alla Giustizia. Nessuno deve essergli accanto quando regolerà la “terribile faccenda” con Dio.
Poi muore. E i “molti” che stanno attorno, dopo le sue ultime parole – che il Padre dovesse perdonare tutti perché nulla capivano, che era possibile essere quel giorno stesso con lui in paradiso, che aveva tremendamente sete e che tutto era davvero compiuto -, cominciano a sentire dentro di sé che forse quello che è accaduto li riguarda.
Quell’uomo morto in croce, nudo, solo, abbandonato anche dal suo Dio, si è liberamente donato perché non siano possibili altri sacrifici. Come possono darsi altri sacrifici oltre a quello? Dopo la croce di Gesù, ogni uomo sacrificato sarà un uomo ucciso: sarà omicidio. Non si può più mettere a morte nessuno, nessuna morte può avere valore sacrale. L’epoca delle torture e dei sacrifici è chiusa per sempre.
Tutti, credenti e non credenti, siamo chiamati in causa, siamo resi responsabili, ciascuno di noi: responsabili di chi non ha nemmeno l’essenziale per la sopravvivenza, di chi è malato e non ha di che curarsi, di chi è incarcerato perché crede in un Dio diverso o ama in modo diverso, di chi è costretto a tacere per censura preventiva, di chi è lasciato o spinto ai margini per pregiudizio, di chi è discriminato ed escluso per genere, etnia, appartenenza sociale e religiosa. Responsabili della salvezza degli altri, a partire anche dal sentimento all’apparenza più banale: non fare il male, prestare attenzione al prossimo. È un imperativo etico, è una legge della libertà.
“Tentiamo di scoprire il Dio che si rivela in Gesù davanti a tutti i nostri falsi dèi” scriveva David M. Turoldo in una Via Crucis: “Davanti al dio impassibile, al dio dominatore, al dio-vendetta, al dio garante delle nostre insicurezze, al dio-interesse, al dio-rifugio delle nostre viltà, al dio-paura… a quanti altri dèi?”.
Le ultime parole di Gesù sono parole di perdono per coloro che non sanno cosa fanno, parole di speranza per il suo compagno di supplizio, di consegna di noi tutti a una madre ideale, una donna capace di ascolto, di integrità, di comprensione. Amore senza ripensamenti, portato all’estremo.
Con la morte in croce di Gesù, la logica sacrificale viene interrotta: occhio per occhio, sacrificio dopo sacrificio, omicidio dopo omicidio. Gli uomini continuano a uccidere, a torturare, a discriminare, a far soffrire, ma non hanno più alcuna giustificazione per questo, umana e soprattutto divina. Non si possono fare guerre, infliggere supplizi carnali o morali in nome di Dio. Né si può vivere la misericordia senza essere squassati nel cuore di fronte all’ingiustizia, alla miseria, al dolore.

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