Repubblica centroafricana rischio tribalismi

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Da Tunisi, Patrizia Caiffa

“Cessino immediatamente le violenze e i saccheggi e si trovi quanto prima una soluzione politica alla crisi”. Questo l’appello di Papa Francesco sulla situazione nella Repubblica Centrafricana, dopo il colpo di Stato di domenica. La coalizione Seleka ha messo in fuga il presidente François Bozizé, che governava dal 2003 dopo elezioni molto contestate. Il potere è ora nelle mani del leader Michel Djotodia. Nella capitale Bangui e in altre zone la tensione resta alta. I francesi hanno dispiegato 600 soldati. Molta gente è senza elettricità e senza acqua, in un Paese con il 52% di analfabetismo e il 60% della popolazione che vive con 1,25 dollari al giorno. Caritas italiana è in contatto con la Caritas locale e l’arcivescovo di Bangui, monsignor Dieudonné Nzapalainga, che ha chiesto ai gruppi ribelli di porre fine alle violenze e riferito a Caritas italiana alcuni bisogni immediati, in campo sanitario, alimentare e per gli sfollati. Caritas ha stanziato un primo contributo e lanciato una raccolta fondi. Al Forum sociale mondiale in corso a Tunisi abbiamo incontrato Pierre-Marie Espagnet. Francese, è stato due anni e mezzo nella Repubblica Centrafricana, presso la Caritas diocesana di Baiki, a sud di Bangui. Dallo scorso anno è a Rabat per Caritas Marocco, ma dice di parlare esclusivamente a titolo personale.

In Centrafrica vi sono frequenti colpi di Stato. Cosa è successo stavolta?
“I precedenti colpi di Stato erano stati fatti da oppositori storici al governo. Stavolta è stato portato avanti da un coordinamento di gruppi che non ha necessariamente motivazioni politiche, né leader carismatici riconosciuti come oppositori. Però sono riusciti, coordinandosi, a far cadere il presidente Bozizé. Oggi si sa il nome di chi prenderà il suo posto, ma si tratta di una moltitudine di oppositori poco identificabili, e non leader carismatici e conosciuti dalla popolazione come in passato”.

Ci sono risorse naturali nel Paese?
“Il Centrafrica ha numerose risorse: oro, diamanti, uranio, legno. C’è un grande problema di deforestazione e sfruttamento da parte di aziende che esportano verso l’Occidente, senza tenere conto dei diritti delle popolazioni che ci vivono. I pigmei, ad esempio, non possono più conservare le proprie tradizioni e sono obbligati a diventare sedentari. Al Nord ci sono anche risorse petrolifere e all’Est del Paese l’uranio”.

Si parla di elementi islamisti nella Seleka. Ci sono anche motivazioni religiose? 
“Tutti parlano degli islamisti perché va di moda portare avanti queste argomentazioni occidentali per legittimare la lotta contro il terrorismo. Ci sono certamente ciadiani tra i ribelli, e questo permette ai giornalisti e ai governi stranieri di dire: ‘Attenzione agli islamisti’. Ma, secondo me, è un modo per cristallizzare le paure. Non sono i motivi religiosi alla base delle dinamiche politiche in Centrafrica. Non dobbiamo dimenticare che un Paese non è ricco solo delle sue risorse ma soprattutto del suo popolo, composto di cattolici, protestanti, animisti, pigmei, bantu. Non sempre sono in armonia ma fanno il possibile per vivere insieme pacificamente. Invece si preferisce parlare della paura che un colpo di Stato porti i musulmani al potere”.

Quali notizie arrivano da Baiki? 
“Lì la situazione è abbastanza tranquilla. I media stanno esasperando l’esistenza di un forte sentimento antifrancese, portato avanti dal partito del presidente Bozizé. Ma le ragioni di questo risentimento non sono attuali, altrimenti il ministero degli Esteri francese avrebbe già rimpatriato molto prima i nostri connazionali. Invece non c’è stata un’evacuazione con voli militari. Le prime partenze sono avvenute in queste ore con voli di linea Air france: si tratta di famiglie con bambini che hanno deciso di tornare in Francia per sicurezza. Si sta cercando di alimentare paure e timori che non servono alla causa della Repubblica Centrafricana. Perché come al solito se ne parlerà per due o tre settimane sui media e poi tornerà definitivamente nell’oblio, come succede da tanti anni. Bisognerebbe invece interessarsi seriamente ai problemi del Centrafrica, come la deforestazione selvaggia, e aiutare la popolazione a sviluppare le sue potenzialità. Siamo stanchi di parlare dell’Africa dicendo che è solo miseria e instabilità, ci sono tanti valori e risorse che devono essere valorizzate”.

Quale futuro intravede per la popolazione, con il cambiamento in atto?
“È difficile rispondere, perché il leader attuale non ha manifestato in passato altre intenzioni che quella di deporre Bozizé. Non c’è dietro un programma politico strutturato. Ma ciò che mi preoccupa enormemente è la presenza sul territorio centrafricano, da tempo, di gruppi dei ribelli Lra (Lord Resistence Army) dall’Uganda, che continuano a destabilizzare tutta la zona Est. È una situazione drammatica, con tante violenze sulla popolazione. Sono miliziani più assimilabili a banditi, che non hanno rivendicazioni politiche chiare. Continuano a seminare il terrore”.

Quali sono le principali emergenze sociali nel Paese?
“A livello di educazione la situazione è molto difficile. Ci sono dei villaggi in cui non si parla neanche la lingua nazionale, il sango. Questo è un aspetto molto importante perché, a differenza di altri Paesi, il Centrafrica ha una lingua che può unificare la popolazione. Se si ricominciano a parlare i dialetti si corre il rischio che tornino i tribalismi, eliminati dai governi degli anni Ottanta, e potrebbero nascere dei conflitti etnici. Bisogna lavorare sulla creazione di legami sociali, sull’educazione alla cittadinanza. Ci sono poi le altre urgenze, simili a tanti altri Paesi africani: la sanità, l’instabilità alimentare e le emergenze ambientali come la deforestazione”.

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