Chinato dinanzi al popolo

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Di Luigi Crimella

Sorpresa, curiosità, commozione, preghiera, silenzio: tutto questo è passato nell’anima delle oltre 100mila persone presenti stasera, mercoledì 13 marzo, in piazza San Pietro a Roma, e dei miliardi di uomini e donne di ogni continente davanti alle tivù, che seguivano le prime parole del nuovo pontefice affacciato alla loggia centrale della basilica. E Papa Francesco, l’argentino Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, religioso gesuita, ha stupefatto tutti sin dalle prime battute: “Fratelli e sorelle buonasera, voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma e sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo alla fine del mondo, ma siamo qui”. Come Giovanni Paolo II aveva detto che “veniva da molto lontano”, Francesco I addirittura ha parlato del suo Paese come della “fine del mondo”, nel profondo del sud America. Ma la “geografia” del Papa è stata subito surclassata da un’altra novità epocale introdotta da Papa Francesco I. A un certo punto del suo saluto ha detto: “Adesso vorrei dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore. Prima che il vescovo benedica il popolo vi chiedo che voi preghiate Dio di benedire il vostro vescovo”. Ecco, a questo punto il silenzio è calato come tombale nella piazza, il Papa si è chinato davanti a miliardi di uomini, con umiltà e convinzione. Ha voluto come mostrare al mondo intero una verità che conoscevamo solo dalla dizione che lo qualifica nel codice canonico: cioè che il Vescovo di Roma è il “Servo dei servi di Cristo”. E ci è riuscito perché ha scioccato e commosso nel profondo quanti erano presenti, che mai si erano sentiti invitati a “chiedere a Dio di benedire il Papa”.

Felici di essere in piazza. La sera della fumata bianca si era aperta con un’attesa nella piazza carica di presagi ma anche fastidiosamente insidiata da pioggia e umidità scoraggianti. La gente stava rintanata sotto gli ombrelli, dentro i cappucci impermeabili. Tutti guardavano con trepidazione la magnifica facciata della basilica splendidamente illuminata. E parlando con qualcuno si coglieva l’eccezionalità del momento. “Sento che è un evento storico – ha detto Monica, una mamma ungherese presente in piazza col figlio di 9 anni Songor -. Siamo felici di essere qua, ci sentiamo fortunati. Dopo la fine dell’epoca precedente sotto il comunismo, nel mio paese c’è stata come un’esplosione di libertà religiosa, e tutti si dicono credenti. Questo è molto positivo. Ora speriamo che il nuovo Papa possa continuare nell’annuncio del Vangelo là dove non è ancora potuto arrivare”. Altre voci, altre sensibilità: Milde eRosaria, dalla Sardegna, guardano al comignolo più famoso del mondo e dicono che stanno pregando la Madonna “perché ispiri i cardinali nella loro scelta del Papa per salvare la Chiesa”. Silvano Calabria, un anziano di Roma, credente, ma che nella sua vita “non è mai venuto ad assistere all’annuncio del nuovo Papa” dice di essere “molto emozionato”: “Il Papa vuol dire molto per noi romani, dovunque mi sono recato nel mondo la prima domanda che mi hanno fatto è stata sul Papa. Quindi conta molto per tutti”.

Anche chi non crede è lì. C’è anche chi non crede, ma è ugualmente lì a questo stranissimo e singolare appuntamento: la coppia di sposi Marie e Benoit, francesi di Montpellier, sono a Roma per turismo e sono venuti a San Pietro “incuriositi e affascinati”. “Non siamo credenti – dichiarano – ma rispettiamo la Chiesa e pensiamo che sia importante il profilo del nuovo Papa, che sia moderno e aperto al mondo”. E un altro dei centomila presenti, il giovane prete, padre Antonio Lalu, indonesiano, non riconoscibile nei suoi abiti borghesi, si stupisce di essere contattato: spiega che si trova a Roma per un corso triennale in Comunicazioni sociali presso l’Ateneo della Santa Croce, retto dall’Opus Dei, e afferma: “Quello che vedo qui a San Pietro mi colpisce e commuove. La gente mostra di voler bene alla Chiesa, al Papa e di credere molto in Dio”. Questi sono piccoli scorci dell’umanità che ancora una volta si è radunata davanti alla basilica cuore della cristianità. Questi sono i “fratelli e le sorelle” cui Papa Francesco si è rivolto con un tono e con parole molto semplici e affettuose.

La fede del popolo. A voler tirare una sintesi – quanto mai inopportuna considerata la “sorpresa” di questo Papa così rivoluzionario da far pregare il mondo intero con il Padre Nostro, l’Ave Maria e il Gloria in diretta tivù nei cinque continenti – si potrebbe dire così: ancora una volta la Chiesa riesce a stupire il mondo intero. Non solo perché sceglie un Papa che nessuno si aspettava. Non solo perché questo Papa ha un cognome italiano, esattamente piemontese (i suoi antenati venivano da Portacomaro, provincia di Asti) e quindi piace subito agli italiani. Non solo perché è un gesuita, il primo Papa gesuita, ma che non sceglie il nome di Ignazio, bensì di Francesco, il santo dell’umiltà e della purificazione della Chiesa. Insieme a tutto questo, e lo si è percepito in piazza San Pietro, vedendo le bandiere argentine sventolare sotto la pioggia, la Chiesa ha allargato i suoi confini “visibili” raggiungendo con Papa Bergoglio il continente americano. Ha attraversato l’oceano, onorando il continente col maggior numero di cattolici. Ha scelto un Papa che ha lavorato da sempre per gli “ultimi”. Un Papa che è letterato, psicologo, filosofo e anche teologo, il gesuita plurilaureato e di grande cultura universale. Questa è la Chiesa che si è ritrovata nella Cappella Sistina e ha compiuto il suo dovere di scegliere il “successore di Pietro”. Ma è anche la Chiesa di popolo, commossa in piazza San Pietro stasera e commossa davanti alle tivù. Una anziana signora romana ha detto rientrando a casa in autobus. “Ci credo nella Chiesa, non sbaglia mai”. È la fede popolare, del “popolo di Dio” che cammina nella storia.

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