La recessione morde

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page

Di Nicola Salvagnin

ITALIA – Quasi sette milioni di italiani (uno su nove) ballano sul confine della povertà materiale. Lo certifica l’Istat, anche se con una metodologia un po’ discutibile; ma non ci voleva certo il dato Istat per confermare una situazione di crescente disagio sociale in Italia.
La recessione ci sta impoverendo. Impossibilitati a guadagnare di più, chiamati a restituire porzioni crescenti del nostro debito pubblico, gli italiani stanno intaccando il loro livello di vita. E a pagare il conto più caro sono le persone senza lavoro o a reddito fisso (basso), come i pensionati. Per non rassegnarsi, occorre reagire: già, ma come?
I tentativi attuati dal precedente governo Monti si sono arrestati sulla soglia della ripresa economica, e non certo per colpa di cattiva volontà. È che mancano le leve da azionare per dare una scossa al malato-Italia. In realtà una c’è, e sta salvando una bella fetta di economia e di Paese: si chiama export, ci si sono tuffati tutti soprattutto al Nord. Ma è un export di “sopravvivenza”, permette di campare e di sopperire al drastico calo dei consumi interni che sta mettendo in ginocchio chi fattura entro i confini nazionali.
Se guardiamo alla classifica delle 150 aziende più capitalizzate al mondo, ce n’è una sola italiana, l’Eni. Il resto è media-piccola impresa, medio-piccoli fatturati che non garantiscono nulla.
In passato, l’Italia ha saputo cavarsela da un’altra crisi – ricordate gli anni Settanta? – con l’arma monetaria. Inflazione per stimolare l’economia, aumenti salariali adeguati e tassi dei Bot alle stelle per garantire stipendi e consumi: una pax sociale scaricata su un debito pubblico che da allora cominciò la sua marcia verso le stelle. Ad aggiustare tutto ci pensava poi una bella svalutazione della nostra liretta, che permetteva alle nostre merci di tornare competitive oltreconfine; le Mercedes invece venivano a costare ancora di più, e infatti non le aveva nessuno. Al contrario di oggi.
L’euro ha cambiato tutto. Questa moneta è stata ottima nel riportare Paesi “allegri” come l’Italia nell’ambito di una corretta crescita economica (prezzi stabili, tassi bassi), ma si sta rivelando una camicia di forza nel momento in cui su questa stessa moneta è impossibile fare una qualsiasi manovra monetaria di stimolo all’economia: di che tipo? E chi la decide?
Non certo la Germania, che aborre in modo quasi maniacale l’inflazione e che non permetterà mai manovre di quel tipo. Alla sua economia va (per ora) bene, alla nostra proprio no. Così come si sta rivelando altrettanto forzosa l’altra camicia di forza che ci è stata fatta indossare da Bce e Germania un paio d’anni fa: controllo rigorosissimo dei conti pubblici, rientro a marce forzate dal nostro debito. In soldoni: più tasse, meno spesa pubblica, meno denaro a disposizione.
Ci dissero che dovevamo evitare la fine della Grecia, ed era vero. Solo che l’Italia non è la Grecia. L’Italia è la quarta potenza manifatturiera del mondo, tra le prime dieci per prodotto interno lordo, con un alto debito pubblico ma con una ricchezza privata almeno quattro volte superiore a quel debito (stima per difetto). Insomma, un’atleta sregolata e capricciosa ma con grandissime potenzialità, via via ingabbiate e compresse anzitutto da noi stessi, e poi da altri.
Ce ne stiamo accorgendo a frittata (quasi) fatta, che la terapia teutonica somministrataci va benissimo tra Monaco e Amburgo, ma non qui. E ormai se n’è convinto pure chi applaudì i “consigli” d’Oltralpe che ci furono recapitati nell’estate 2011. Dobbiamo avere gambe più libere per ricominciare a correre, oggi siamo ai limiti della paralisi. Quindi sarà meglio ricontrattare i nostri impegni presi con le istituzioni politiche ed economiche europee.
Casomai l’effetto collaterale negativo può essere un altro: necessitiamo di più risorse per investire e cambiare in meglio questo Paese? O di più risorse in mano ad una politica che ha forte nostalgia di una spesa pubblica incontrollata e foriera di consensi a breve termine? Purtroppo a Berlino si sono già fatti una certa opinione. Sta a noi smentirla.
Si dirà: “Pacta sunt servanda”, i Trattati europei sono fondamenta dell’Unione. Lasciamo perdere. In pratica, dipende dalla forza che si ha nelle braccia. I parametri di Maastricht furono violati dagli stessi tedeschi quando ne ebbero necessità, qualche anno fa. Essendo loro che comandano, si chiuse un occhio e mezzo, e si fece appunto per migliorare la loro situazione. Ora tocca a noi di trovare la forza per far valere le nostre ragioni nei posti giusti. Avere un governo, ad esempio, aiuterebbe.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *