Non bruciamo la domenica

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ITALIA – Gli orari e i giorni di apertura (o chiusura) degli esercizi commerciali sono un tema che non cessa di interessare e anche dividere l’opinione pubblica, il mondo politico nonché la stessa Chiesa, soprattutto per gli aspetti legati al riposo festivo, alla celebrazione cristiana della domenica, alla vita comunitaria, alla dimensione dei legami familiari. Recentemente la Corte Costituzionale italiana si è pronunciata sulla materia, prendendo in considerazione numerosi ricorsi presentati da diverse Regioni italiane, in forma e con modalità e contenuti diversi, ma tutti accomunati dall’intento di salvaguardare, in qualche modo, la domenica come giorno festivo e di riposo oltre che di armonia familiare e sociale. La Corte Costituzionale ha di fatto rigettato tutti i ricorsi regionali variamente motivati a difesa dei piccoli esercizi (Piemonte), del riposo settimanale (Friuli e Toscana), del rispetto delle peculiarità socio-culturali (Lombardia) e altre. La Consulta ha così sancito, a quanto sembra una volta per tutte, la prevalenza del principio di “tutela della concorrenza” e del valore superiore della liberalizzazione, “rimuovendo vincoli e limiti alle modalità di esercizio delle attività economiche”. Tutto ciò – sostiene la Corte – va “a beneficio dei consumatori” creando “un mercato più dinamico e più aperto all’ingresso di nuovi operatori”. Di fronte a questi pronunciamenti, Luigi Crimella, per il Sir, ha raccolto il parere di monsignor Angelo Casile, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei.

Ormai sembra una cosa fatta: la domenica non è più “sacra” e il mercato sembra aver vinto. Qual è il pensiero della Chiesa italiana in materia?
“Per rispondere mi rifaccio a una recente prolusione del presidente della Cei, cardinale Bagnasco, che ebbe a precisare: ‘Non è assolutamente indifferente né efficace parcellizzare il tempo del riposo in base alle leggi del mercato. La domenica, che nella tradizione del nostro Paese è dedicata alla famiglia e, se cristiana, al Signore nella comunità, non può essere sacrificata all’economia, indebolendo anche in questo modo un istituto che sempre di più si conferma, insieme alla persona, come la prima risorsa di una società che voglia essere non una moltitudine di individui ma un popolo coeso e solidale’. Mi pare un intervento chiaro e motivato”.

Alcuni obiettano che dietro alle resistenze al lavoro domenicale ci sia una visione agreste e superata della società. Cosa risponde?
“La società agricola aveva mantenuto un rapporto tra lavoro e festa molto forte e attento ai ritmi del riposo e del lavoro di cui godevano indirettamente anche gli animali e la stessa terra. Pensiamo alla mirabile descrizione leopardiana contenuta ne ‘Il sabato del villaggio’. Con la progressiva industrializzazione del lavoro, la società ha gradualmente perso il rapporto tra giorno feriale e giorno festivo. Papa Leone XIII nell’enciclica Rerum Novarum richiamava il dovere di riconoscere nella vita sociale gli obblighi imposti dalla legge di Dio e di rispettare i valori religiosi, ai quali si ricollega il riposo festivo a vantaggio dei lavoratori. Il riposo festivo, scriveva, scaturisce dalla ‘dignità dell’uomo di cui Dio stesso dispone con grande rispetto’. Oggi tutto sembra essere cambiato”.

Esiste qualche eccezione che renda accettabile il lavoro festivo?
“Sì, ad esempio la Chiesa ha espresso la sua attenzione nei confronti del lavoro e del riposo festivo anche attraverso la costituzione di cappelle nei luoghi della sofferenza, gli ospedali, e nei luoghi dei trasporti. Si è assicurata così un’assistenza religiosa agli uomini e alle donne che sperimentavano le difficoltà più diverse dovute alla malattia e alla precarietà del viaggio. In ultima analisi, fatta salva l’attenzione ai lavoratori (imprenditori e dipendenti) nei luoghi puramente commerciali, occorre evitare di creare in essi delle cappelle, considerato che siamo di fronte a luoghi dove è prevalente la logica mercantile che rischia di corrompere la proposta evangelica”.

Il tema della famiglia sembra essere un “argomento forte” per insistere sul dovere del riposo festivo. È così?
“È vero: un’armonizzazione tra i tempi del lavoro e quelli dedicati alle relazioni umane e familiari favorisce un tenore di vita dignitoso, basato su stili di vita adeguati alle proprie possibilità e sui rapporti interpersonali e non sulla ricchezza economica individuale. L’eccessivo lavoro domenicale, invece, incrementa i problemi familiari e i suoi già fragili equilibri, in quanto impedisce di riunirsi per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale. Occorre custodire il rapporto armonioso tra i tempi della famiglia e i tempi del lavoro”.

Oltre alla famiglia, il lavoro festivo mette in crisi anche la parrocchia, allontanando i fedeli. Come ovviare a questo pericolo?
“Qui bisogna guardarsi da un equivoco: non si tratta di contrapporsi semplicemente ai centri commerciali o d’invitare i cattolici a disertarli nei giorni festivi, anche in considerazione del fatto che la semplice apertura in questi giorni non aumenta i consumi, semmai li sposta da un giorno all’altro. Occorre invece elevare la qualità della vita nelle nostre comunità parrocchiali e favorirne, all’interno, legami personali virtuosi. Se nelle nostre comunità si vivono rapporti cordiali, sereni, accoglienti, fraterni non si ha la necessità di stordirsi nei luoghi del tutto e subito, tutto è commercio, tutto è in vendita”.

Quindi, rimane immutato l’insegnamento della Chiesa sulla domenica, giorno di Dio?
“Per noi cristiani, la domenica è il giorno della Chiesa, il giorno dell’uomo e il giorno della famiglia. È un giorno speciale perché rappresenta l’oasi in cui fermarsi per assaporare la gioia dell’incontro e dissetare la nostra sete di Dio. Certo occorre crederci, coltivare questo profondo significato, riempirlo di contenuti, occasioni, incontri. Ma ricordiamo il momento centrale della domenica: la Messa festiva, in cui la comunità si stringe intorno al proprio Signore. È questione di fede e di amore reciproco”.

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