Ordinazione Diaconale di Fra Rudy

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Immagine di repertorio

DIOCESI – Pubblichiamo le parole del Vescovo Gervasio Gestori

Carissimi,
partecipiamo con intensa gioia all’ordinazione diaconale di Fra Rudy, celebrando la liturgia della seconda Domenica di Quaresima, che ci presenta il volto glorioso di Gesù, trasfigurato sul monte Tabor.
La contemplazione di questo volto è la meta finale del cammino di ogni uomo, è il destino ultimo della vita di tutti i discepoli del Signore. Come disse allora Pietro, è bello stare lì, avvolti da questo mistero di luce, affascinati dal Figlio, rivelazione vivente del Padre.

Con questa grazia di luce, per il grande dono della fede a noi concesso, consideriamo la missione dell’essere diacono, avendo davanti a noi la figura alta ed esemplare di  Francesco.

Carissimo Rudy, guarda a Francesco diacono.
E’ ben noto l’episodio della notte di Natale 1223. Francesco si era premurato di ottenere l’autorizzazione del Papa, perché allora non era frequente celebrare l’Eucaristia su un altare portatile. Quel 25 dicembre, a Greccio, viene celebrata la santa Messa e Francesco, rivestito dei paramenti diaconali, annota Tommaso da Celano, “canta con voce sonora il santo Vangelo e quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero” (Vita prima, 86).
Francesco non si limita a proclamare, ma canta, la sua voce è attraente e tutti si sentono fortemente coinvolti. La conclusione era naturale: “Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di gioia” (ib.). Così annota il biografo.
Non è forse quello che ancora succede in tante nostre chiese, anche semplici e povere, quando si partecipa a celebrazioni toccanti ed il linguaggio della Liturgia cattura gli occhi ed il cuore dei fedeli, che ritornano poi alle loro case ricaricati e rinnovati?

Carissimo Rudy,
ora come diacono, e poi come sacerdote, ricordati che il linguaggio della Liturgia ha una forza coinvolgente ed una capacità formativa assai più forte della sola parola. In anni passati la gente coltivava la fede partecipando alle celebrazioni, delle quali capiva ben poco, anche a causa della lingua latina, ma veniva istruita dal rito stesso, che possiede il linguaggio figurativo e una propria dimensione sacramentale, per cui le persone sono educate nel cuore.
Quanto valeva per il passato, a maggior ragione è importante oggi, che viviamo tutti nella civiltà dell’immagine.

Ascolta Francesco.
Questo cantare il Vangelo da parte di Francesco come diacono era per lui qualcosa di usuale e di importante, come leggiamo anche nella Leggenda dei tre compagni (n. 61). Mi chiedo perché.
Allora un diacono non poteva proclamare il Vangelo se non con il canto, come richiedevano le norme fino alla riforma del Concilio. Ma c’è una motivazione certamente più profonda e più vera. Francesco cantava il Vangelo con la bocca, ma soprattutto lo cantava con la vita, ed è per questo motivo che quel canto non appariva solo formale, ma si faceva richiamo esistenziale e parola  convincente.
Nel rito di ordinazione tra poco ti verrà detto: “Ricevi il Vangelo di Cristo, del quale sei divenuto l’annunziatore: credi sempre ciò che proclami, insegna ciò che hai appreso nella fede, vivi ciò che insegni”. Non dimenticare mai queste impegnative parole.
Nella Regola non bollata Francesco si rivolge vivamente ai ministri della Chiesa  con un invito pressante: “noi tutti frati minori, servi inutili, umilmente vi preghiamo e vi supplichiamo di perseverare nella vera fede e nella penitenza, poiché diversamente nessuno può essere salvo” (cap. XXIII).
La raccomandazione a rimanere fedeli non ad una fede qualsiasi, ma a quella vera, era attuale fin da allora. Non basta credere, non basta credere al Vangelo, ma occorre credere al Vangelo vero, nella sua interpretazione autentica presente nella Chiesa, così come viene presentato dal Magistero. Ed occorre che questa fedeltà sia confermata da una vita coerente e penitente, senza della quale la fede rimane morta.
Del resto è quanto disse Gesù all’inizio del suo ministero e viene ripetuto in questo tempo di Quaresima: “Convertitevi e credete nel Vangelo”. Non c’è fede senza conversione, non c’è fede senza rinuncia.

Imita Francesco
Il Santo Poverello non solo esercitava il ministero, ma viveva personalmente la spiritualità di questo dono. Non si limitava a fare il diacono, ma era diacono, era cioè un servitore, che proclamava con la bocca e viveva nella vitala Paroladel Signore.
Mi ha colpito quanto scrive Tommaso da Celano nella Vita seconda: “Non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente”  (Cap. LXI).

Probabilmente era questo suo essere preghiera, questo uomo fatto preghiera, questo suo continuo collegamento con Dio, che riusciva a conquistare le persone anche quando proclamava il Vangelo. La gente sentiva che quel diacono non solo cantava, ma viveva e pregava quella Parola che con le labbra stava annunciando.
Non è possibile, infatti, proclamare questa Parola che è spada tagliente, fuoco bruciante, verbo di vita, Via, Verità e Vita, senza rimanere conquistati e senza lasciarsi assimilare. L’assorbimento dell’anima in Dio e la sospensione dei sensi in una unione estatica erano dentro la vita di questo uomo di Assisi e dovrebbero diventare qualcosa di normale per ogni uomo al servizio di Dio.
La meta è alta, ma pure alto è il ministero del diaconato, un carisma donato dal Signore a chi si appresta a vivere nella Chiesa per il servizio della gente mediantela Parolaannunciata e la carità vissuta.

In questi giornila Chiesatutta è rimasta scossa dal gesto umile e coraggioso del nostro papa Benedetto XVI, che non potendo più servire il Popolo di Dio per le forze che venivano meno, ha preferito rinunciare al ministero petrino, per continuare a servire e ad amare, in modo  non meno prezioso, con il ministero del silenzio e della preghiera. L’esempio è chiaro e il richiamo per tutti noi rimane forte.

Carissimo Rudy,
è bello stare con Gesù ed è incoraggiante, dopo la contemplazione della sua gloria, scendere dal monte e rientrare nella vita feriale con gli occhi ancora splendenti di luce e con il cuore colmo di indicibile stupore.
Con umiltà semplice e con coerenza coraggiosa vivi il dono che ti viene conferito. Noi ti accompagniamo con la preghiera e con l’affetto.

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