Il mistico è…

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“Il cristiano del futuro sarà un mistico o non sarà affatto”. Parte da questa “intuizione” di Karl Rahner la 54ª Settimana di spiritualità promossa dalla Pontificia Facoltà teologica Teresianum, che si conclude oggi a Roma. Sul tema “O mistici o nulla. Evangelizzare all’esperienza della fede”, prendono la parola teologi, pastoralisti, biblisti ma anche parroci, genitori e giornalisti. Maria Chiara Biagioni per il Sir ha intervistato padre Bruno Moriconi, vice preside del Teresianum e biblista.

Perché la scelta di questo tema?
“Lo facciamo per rispondere alla duplice ansia ecclesiale della Nuova Evangelizzazione e dell’Anno delle fede. Ciò che viene sottolineato è l’esperienza. La fede si decide nel rapporto che instauriamo con il Signore Gesù. Non basta quindi semplicemente credere in Dio. Ciò che conta è affidarsi a colui che ci ha assicurato che rimarrà con noi fino alla fine del mondo. L’annuncio pertanto – come dice Papa Benedetto XVI – deve diventare soglia di ingresso in modo che il cuore si lasci plasmare dall’esperienza di Dio”.

Chi è il mistico?
“La parola può anche non piacere oggi perché potrebbe risuonare desueta e antiquata. Ma vuole sottolineare l’esperienza: il mistico è colui che fa esperienza di Dio. Una esperienza di cui potrà parlare solo lasciando spazio al mistero. È come l’esperienza dell’amore: quello che si prova, si può vedere attraverso gli occhi e la felicità, ma difficilmente si può trasmettere con le parole. Mistico quindi è una persona che sperimenta la forza della sua fede e la traduce in vita”.

In un mondo come il nostro, dove si fa fatica addirittura a credere al domani, c’è spazio per essere addirittura dei mistici?
“Sì, si può essere mistici nel senso in cui cerchiamo di dire proprio con queste riflessioni. Non nel senso cioè del mistico che si ritira in un monastero, che prega dalla mattina alla sera e che addirittura ha delle visioni. Il credente in Cristo, soprattutto oggi in un mondo così frammentario e difficile, è colui che vive alla sequela di Cristo il quale ha vissuto senza alcun privilegio, senza alcun miracolo. Mi spiego: Gesù ha compiuto tanti miracoli ma nessuno per sé, ha preferito vivere nella nostra precarietà. Mistico vuol dire vivere la fede nella gioia, nel dolore, nelle difficoltà di tutti i giorni, offrendo come preghiera quello che lui è, che vive, che sente, che soffre. Vuol dire che vive la sua fede non per risolvere i suoi problemi ma per viverli sostenuto dalla presenza del suo Signore”.

Da una parte c’è una difficoltà a vivere la fede, dall’altra però si registra un successo per le iniziative di spiritualità come pellegrinaggi e turismo spirituale. Che cosa si nasconde dietro a questo successo?
“È un segno positivo del bisogno che ha l’uomo di cercare uno spazio che prima era più facilmente riscontrabile nella comunità civile e ora sta diventando più difficile da trovare, essendo la vita diventata più stressante e frammentaria. E allora si va a cercare questa esperienza spirituale nei luoghi del riposo, nel senso profondo della parola. Sono luoghi e tempi in cui ci si incontra con Dio e con noi stessi. Certo non si esaurisce in questo, però è segno di un bisogno”.

Bisogno di cosa?
“Del bisogno di apertura che noi abbiamo dentro a qualcosa di superiore, di molto superiore di noi. Di soprannaturale. Se ci ascoltiamo nel profondo – e spesso oggi manca anche il tempo di ascoltarci dentro – potremmo dire che così come tutti siamo assetati di amore, così tutti siamo assetati di Dio, che è Amore”.

Se non si è mistici nel senso più laico del termine e non si ascoltano i nostri bisogni più profondi, che cosa diventiamo?
“Ci si prospetta una vita appiattita. Rimane comunque il fatto che oggi non siamo più disposti ad ascoltare autorità e maestri solo dal punto di vista dei contenuti. Diceva Paolo VI: la gente non sarà più disponibile ad ascoltare i maestri ma li accetterà nella misura in cui questi maestri sono testimoni di ciò che hanno sperimentato nella loro vita”.

Spesso però – così attestano le statistiche – ci si rivolge ai nuovi movimenti pentecostali e sette. Che cosa sta succedendo?
“Due sono i motivi fondamentali: innanzitutto la proposta cristiana sembra ostica, mentre in queste nuove realtà si trova immediatamente una risposta, un conforto e un sostegno senza una richiesta etica profonda. Dall’altra parte perché effettivamente anche noi predicatori non abbiamo saputo trasmettere la gioia del Vangelo. Siamo caduti piuttosto nell’etica, nelle regole che sono necessarie ma devono sgorgare da una convinzione interiore e non viceversa”.

Da questo punto di vista, quale testimonianza ha dato Benedetto XVI?
“Ha dato una grandissima testimonianza: anche se il gesto ci sconcerta, il Papa ha mostrato e sta mostrando quello che è sempre stato e cioè – come ebbe a dire all’inizio del suo Pontificato: ‘Un semplice lavoratore nella vigna del Signore’. Non ha mai dato l’impressione di volersi mettere al centro dell’attenzione. È passato annunciando Gesù. Così come Giovanni Paolo II soprattutto negli ultimi anni della sua vita ha dato testimonianza di come un cristiano vive nella Passione di Cristo, così Benedetto XVI – proprio nella sua rinuncia – ha dato l’esempio di Giovanni il Battista, di colui cioè che sceglie di diminuire perché aumenti la luce di Cristo. Un mistico nel senso più vero del termine perché lascia passare attraverso di sé non se stesso ma il contenuto della sua fede che è Cristo”.

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