Bilancio Ue sulla pelle dei giovani

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EUROPA – Come prescrivono le regole della diplomazia e del bon ton internazionale, il Consiglio europeo del 7 e 8 febbraio si è chiuso con sorrisi e dichiarazioni più o meno soddisfatte. “È un buon compromesso”, hanno assicurato quasi tutti i capi di Stato e di governo lasciando il summit di Bruxelles che aveva appena stabilito le cifre del Quadro finanziario pluriennale 2014-2020: 960 miliardi in 7 anni per gli “impegni”, 908 per gli effettivi pagamenti. Di fatto un arretramento di oltre 30 miliardi rispetto al Qfp attuale (2007-2013), nonostante l’Europa sia nel frattempo cresciuta, con tre Paesi aderenti in più, maggiore popolazione, ulteriori competenze stabilite dal Trattato di Lisbona. Il risultato è chiaro: ci sono meno soldi. Ma non “meno soldi per l’Europa”, come qualche commentatore distratto ha sostenuto, bensì meno soldi per gli europei. Occorre infatti considerare che il 94% del bilancio comunitario torna agli Stati membri sotto forma di investimenti, progetti, azioni. I quali si indirizzano alla coesione sociale (inclusione) e territoriale (sostegno alle regioni meno sviluppate, infrastrutture), agli agricoltori e agli allevatori (politica agricola), alle imprese e ai lavoratori (aiuti alle piccole e medie imprese, politica energetica), ai giovani (cultura, formazione, Erasmus), e, più in generale a tutti i 500 milioni di cittadini Ue, mediante le politiche ambientali, di tutela della salute e dei consumatori, della ricerca, della sicurezza, del contrasto alle migrazioni illegali. Per non trascurare quanto realizza l’Ue nel mondo, quale primo donatore di aiuti umanitari e di fondi per la cooperazione allo sviluppo.
Meno soldi nel Qfp significa tutto ciò. Per cui parlare di successo del summit appare quanto meno un azzardo. Infatti l’altra autorità di bilancio dell’Unione, l’Europarlamento, ha subito mandato a dire – mediante i leader dei quattro maggiori gruppi politici: Popolari, Socialisti e democratici, Liberali e Verdi – che a questo bilancio pluriennale non potrà dare il proprio assenso. Si apre ora una lunga fase di trattative durante le quali il Consiglio e l’Europarlamento dovranno cercare un punto di incontro: gli eurodeputati chiederanno di rimpolpare soprattutto le cifre per gli investimenti indirizzati a crescita, occupazione, ricerca, innovazione, competitività. Inoltre l’Emiciclo insisterà per una revisione periodica (ogni due-tre anni), in modo da rendere più flessibile i conti dell’Ue rispetto agli eventi futuri.
C’è peraltro una novità interessante contenuta nel Qfp: si tratta della “iniziativa per l’occupazione giovanile”, che stanzia 6 miliardi nel settennato per dare agli under 24 un minimo di prospettiva occupazionale mediante interventi che devono ancora essere precisati. Resta però un dubbio lecito: se l’Europa degli Stati stringe i cordoni della borse sulle grandi voci dello sviluppo competitivo, dell’istruzione e della solidarietà tra i territori, quale potrà essere il valore aggiunto dell’iniziativa per le giovani generazioni?
L’impressione è che alcuni leader si siano recati al Consiglio europeo per affermare una propria visione di Europa à la carte, di una Europa da ridursi a mercato unico, lasciando a casa il concetto di Europa che cresce proprio perché “cresce insieme”.
I prossimi passi sul bilancio pluriennale (con il rischio del veto opposto dal Parlamento di Strasburgo), così come quelli sull’unione economica e monetaria e sulla sorveglianza unica sul sistema bancario, diranno se il Qfp è stato un incidente di percorso oppure se è un tornante involutivo dell’integrazione europea.

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