Sostentamento del clero: sobrietà e trasparenza

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“Innovare, lavorare in sinergia, mettere insieme idee, competenze e progetti, ottimizzare risorse umane e patrimoniali per dare testimonianza di sobrietà in vista anche di una maggiore autonomia e indipendenza rispetto alla quota dell’8×1000 che oggi ci viene destinata”: sono queste le linee di lavoro futuro per gli Istituti diocesani per il sostentamento del clero (Idsc), dettate dal loro presidente centrale, monsignor Giovanni Soligo, a chiusura, oggi a Roma, del convegno nazionale Idsc, cui hanno partecipato oltre 400 delegati dei 218 Istituti diocesani.

Valorizzare risorse e patrimonio. “L’obiettivo che ci poniamo – ha detto – è ottimizzare le risorse umane, attraverso la valorizzazione delle competenze esistenti stimolandone la creatività e la responsabilizzazione, e quelle patrimoniali”. Per queste ultime, ha spiegato il presidente dell’Icsc, “non ci si può limitare alla mera gestione dell’esistente. Dobbiamo investire in una creatività saggiamente improntata al reperire risorse anche in settori diversi da quelli tradizionali. Dobbiamo fare il possibile per favorire una maggiore redditività dei nostri patrimoni. La crisi attuale chiede l’azione di responsabili innovativi, flessibili, attenti alla sostenibilità”. L’ottimizzazione delle risorse patrimoniali, ha aggiunto, “comporta anche una rigorosa revisione delle spese. Dobbiamo evitare ciò che non è essenziale”.

Testimonianza di sobrietà. “La Chiesa – ha dichiarato mons. Soligo – deve dare testimonianza di sobrietà, e noi per primi”. Ne consegue che “una maggiore attenzione deve essere appuntata sulle spese per l’allestimento degli ambienti, per le consulenze, per i rimborsi spese. La trasparenza della nostra gestione comprende anche l’immagine di semplicità e sobrietà da dare a chi viene a contatto con noi. Ciò diventa anche un modo di vivere la solidarietà con migliaia di persone che in Italia, e non solo, vivono sotto la soglia di povertà”. Parlando della crisi attuale il presidente Icsc ha rimarcato che questa “può diventare un’opportunità per risvegliare energie sopite, per mettere in moto progetti virtuosi. In un tempo di profondi cambiamenti servono persone che siano capaci di dominare le incertezze, di lavorare in sinergia e non a difesa del proprio campanile, che riconoscano il valore del bene”. Per mons. Soligo, a fianco delle competenze, “servono forti motivazioni ideali, il di più in generosità, in impegno, per sostenere i sacerdoti nel loro ministero. Gestire gli Istituti in modo appropriato è anche un gesto di riconoscenza per i preti che operano in Italia”.

 

Una corretta immagine. Le conclusioni di Soligo sono state precedute dall’intervento di mons. Domenico Pompili, sottosegretario Cei e direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali, sul rapporto tra Chiesa e denaro, “nodo scoperto della comunicazione pubblica che rischia di proiettare un’immagine deformata” delle istituzioni ecclesiali. Per rafforzare “l’immagine autentica della Chiesa nel suo rapporto con il patrimonio” il sottosegretario della Cei ha suggerito ai delegati presenti alcune “azioni semplici”, utili, anche, a rispondere alle critiche mosse alla Chiesa di scarsa trasparenza e di volersi sottrarre “volentieri” ai controlli statali. “La Chiesa – ha detto – deve rendere ragione del proprio operato; è dunque giusto e opportuno curare la dimensione comunicativa nella direzione della trasparenza. Come istituzione che riceve un contributo da redistribuire e possiede un patrimonio da amministrare, c’è un dovere d’informare indifferibile. In tal modo si potrà ridurre lo scarto tra ciò che si fa e ciò che è conosciuto, prendendo sul serio il bisogno, talora espresso in modo polemico e tuttavia legittimo, di sapere, in tempi di scarsità per tutti, come i fondi vengono usati e come i beni vengono valorizzati”.

Azioni semplici. Ecco le azioni elencate da mons. Pompili: “La Chiesa non ha nulla da nascondere; la credibilità va guadagnata sul campo; promuovere una mentalità del rendiconto; trasformare i principi in norme precise; aspirare a essere un modello in positivo”. Innanzitutto “la Chiesa non ha nulla da nascondere: è questo il messaggio che deve trapelare dall’agire e dalle pratiche di un Idsc, in modo che non si diano zone grigie che possano lasciar intendere qualcosa di poco meno che corretto”, ha spiegato mons. Pompili, che ha poi ha ribadito: “La credibilità va guadagnata sul campo: nell’esercizio del proprio lavoro l’Idsc deve essere ancor più ligio alle norme legittime senza invocare improbabili esenzioni. Non esiste un doppio standard o una doppia morale in base alla quale alcune cose sarebbero consentite in omaggio all’eminente finalità della Chiesa”. Urge, poi, “promuovere una mentalità del rendiconto: né la gerarchia né i sacerdoti o i laici preposti sono i proprietari dei beni della Chiesa. Le persone hanno diritto a essere informate sulle questioni rilevanti dell’istituzione”. I principi vanno trasformati in norme precise, “non bisogna aspettare la crisi per affrontare, poi, la necessità di regole precise”. Altra priorità ravvisata dal sottosegretario Cei è quella di “aspirare a essere un modello in positivo: la trasparenza non va percepita come un pedaggio da pagare alla pubblica opinione, ma come la strada per evitare la mancanza di controllo che ingenera pericolosi baratri finanziari”.

Scheda – All’Istituto centrale per il sostentamento del clero fanno capo i 218 Istituti diocesani. Il loro servizio è rivolto a 32.500 sacerdoti. Ogni anno il sostentamento del clero comporta oneri totali per 420 milioni di euro, per la maggior parte sotto forma di stipendi ai preti, parroci e vescovi in servizio e di pensioni agli stessi, allorché lasciano la pastorale attiva. L’Istituto centrale eroga anche l’assistenza integrativa sanitaria, attraverso apposite convenzioni assicurative. La copertura di questi oneri deriva per l’86,60% dall’8×1000, per il 10,27% dai proventi dei beni dei singoli Istituti diocesani e per il 3,33% dalle erogazioni liberali dei singoli cittadini.

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