Francia, legge che divide

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FRANCIA – Prende avvio all’Assemblea nazionale francese, l’esame del progetto di legge sul matrimonio omosessuale e sull’adozione per le coppie omosessuali, un dibattito che dovrebbe durare un paio di settimane.
Sarà il ministro della Giustizia, Christiane Taubira, ad avviare il dibattito. Le posizioni dei due fronti sono note e nette. Nel giro di due settimane sono state organizzate a Parigi e in altre città della Francia manifestazioni di segno opposto, a favore e contro la legge. Da oggi il dibattito esce o dalle piazze ed entra nelle aule parlamentari. Per opporsi al progetto e rallentarne l’iter, sono stati presentati oltre 5mila emendamenti. La Confederazione nazionale delle Associazioni familiari cattoliche è da tempo scesa in campo per chiedere al presidente della Repubblica Hollande di indire un referendum. “La questione del matrimonio e dell’adozione da parte di persone omosessuali – affermano le associazioni familiari – è fondamentale perché apre a una filiazione nuova, del tutto sganciata dall’origine biologica e può aprire alla procreazione artificiale”. Per questo motivo la legge “deve essere oggetto non soltanto di un dibattito pubblico e democratico”, ma anche di “un referendum che permetta di prendere in considerazione l’opinione di tutti i francesi”. Sulla questione, Maria Chiara Biagioni per Sir Europa ha parlato con Jean Dominque Durand, docente di storia all’Università Jean Moulin di Lione.

Come arriva oggi il progetto di legge in Assemblea nazionale?
“Arriva con una profonda divisione del popolo francese. Questa legge provoca evidentemente nella popolazione un dibattito molto forte ma anche divisioni molto preoccupanti. Tanti commentatori, per esempio, ritengono che si sarebbe dovuta dare priorità ad altri problemi come la lotta contro la povertà, tenendo conto del difficile momento economico che il nostro Paese sta vivendo. E poi la Francia si trova impegnata in una nuova guerra. Il governo e la maggioranza socialista hanno voluto portare questo progetto di legge in Parlamento rifiutando il dibattito e in particolare la proposta di un referendum, richiesto da tante parti della popolazione e da tanti politici. In questo modo il governo rifiuta di dare la parola finale al popolo. Siamo quindi nella situazione in cui su una questione fondamentale per la società si rifiuta il dibattito e si decide che si farà soltanto nel Parlamento”.

È vero che sono stati presentati 5mila emendamenti?
“Non conosco il numero esatto, ma so che gli emendamenti sono tanti. Questa situazione costringe infatti i deputati che sono ostili alla legge, a moltiplicare gli emendamenti per ritardare il voto e provocare una discussione ma il problema è che questo tipo di battaglia è giusta, ma poco efficace. Innanzitutto perché il dibattito è rinchiuso all’interno del Parlamento e poi perché si sa perfettamente che il voto sarà a favore della legge. Il problema fondamentale è che gli oppositori alla legge non hanno nessuna possibilità di azione politica”.

Quindi come si procede adesso?
“Molto probabilmente fra alcuni giorni la legge sarà votata prima dall’Assemblea nazionale e poi dal Senato, ma gli oppositori vogliono ancora promuovere manifestazioni in strada. Quindi siamo un po’ nel buio, non sappiamo cioè dove sarà l’uscita di questo processo. L’unico risultato che si intravede è la profonda divisione del Paese”.

Quando invece il Paese avrebbe bisogno di unità, ma su altre priorità. È così?
“Sembra che la società francese non conosca in questo momento altri problemi più importanti che il matrimonio gay. Quando invece ogni giorno ci sono ditte che chiudono, centinaia e migliaia di lavoratori che si trovano in disoccupazione, e la povertà nelle strade aumenta”.

La scorsa settimana a Parigi c’è stata una manifestazione a favore della legge, sebbene i numeri siano stati molto minori rispetto al 13 gennaio. Lei cosa ne pensa?
“Sì, ma questo testimonia proprio la divisione della società francese, una divisione sempre abbastanza preoccupante su un tema che non mi sembra prioritario in questo contesto economico e internazionale”.

E allora perché dare priorità al “mariage pour tous”?
“Penso che sia una scelta ideologica e quindi una volontà di cambiare in profondità la società. Il ministro della giustizia che porta avanti questa legge ha infatti dichiarato che questo progetto di legge rappresenta una rivoluzione. Penso anche che di fronte alle difficoltà economiche sia difficile trovare soluzioni giuste, e allora appare più semplice lanciarsi su un tema che unisce la sinistra”.

All’inizio del dibattito in Assemblea, quale auspicio formulare oggi?
“Tutti auspichiamo che il presidente della Repubblica prenda in considerazione l’opinione del milione di manifestanti che sono scesi in piazza domenica 13 gennaio. Speriamo che il presidente senta questa chiamata forte del popolo come trent’anni fa il presidente Mitterand aveva sentito la chiamata del popolo per la libertà della scuola e aveva rinunciato alla legge. Siamo più o meno nella stessa situazione. Vedremo allora se il presidente Hollande è davvero il presidente di tutti i francesi o se è il presidente solo del suo partito. È chiaro che la battaglia politica si gioca in questo momento in Parlamento. Francamente non potrei dire cosa succederà. Penso e temo che una volta che la legge sarà votata, la maggioranza ne curerà l’applicazione. E a quel punto – lo vediamo in questo momento in Spagna – sarà molto difficile tornare indietro”.

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