Giornalisti e crisi, vedere giusto, lontano, alto

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Di Paolo Bustaffa

ITALIA In una società che segna il passo per il timore che il peggio debba ancora arrivare, quale può essere il compito dei giornalisti?
La risposta è semplice e apparentemente scontata: essere giornalisti, esserlo a tutto tondo.
L’irruzione del digitale, le porte aperte a tutti e a tutto dalla Rete, le previsioni non rosee per la carta stampata impongono di andare alle radici e, nel contempo, aprire le ali di un mestiere che, a ogni passo e in ogni istante, interroga la coscienza.
Sono questi alcuni appunti presi al convegno della Federazione francese della stampa cattolica che si è tenuto nei giorni scorsi ad Annecy, terra di Francesco di Sales.
Dentro una rivoluzione mediatica e culturale senza pari, i giornalisti, in particolare quelli cattolici, sono consapevoli che il compito più importante è far crescere in autorevolezza una professione di cui la libertà, la democrazia, la solidarietà e il futuro hanno assoluto bisogno.
Si tratta di assumere la fatica di un riposizionamento intellettuale ed etico per costruire un ponte tra antiche e nuove tecnologie, per tenere vivo il dialogo educativo tra professionisti giovani e professionisti adulti e per dare spessore culturale ed etico al confronto tra media e società.
È il tempo, dicono i giornalisti francesi ad Annecy, di uscire dalla crisi delle “élites”, da intendersi non come piccoli gruppi esclusivi ed escludenti ma come laboratori di pensiero professionale in cui al rigoroso rispetto delle regole si unisce la capacità di “voir juste, voir loin, voir haut”, vedere giusto, vedere lontano, vedere alto.
Sono tre sguardi spesso assenti nei terreni del vivere personale e comunitario, a cominciare da quello politico.
Ed è proprio di fronte a un’assenza, che rende difficile alla fiducia e al coraggio l’abitare i pensieri e la vita, che i giornalisti sono chiamati a reagire con una professionalità che dia spazio alla speranza pur senza mai silenziare le angosce e le attese.
In un tempo d’incertezze e preoccupazioni si può mediaticamente dire che qualcosa di bello e buono sta nascendo?
Il primo a rispondere “sì” è il territorio con i segni di una cultura della solidarietà e della condivisione che si pongono come resistenza attiva al pessimismo e alla rassegnazione.
Un fenomeno silenzioso, fatto di mille piccole e grandi esperienze di cui poco si parla e si scrive.
Nonostante mai siano in prima pagina, esistono e sorprendono.
Come sorprende nell’asfalto o nel cemento il fragile filo verde che trova un percorso per arrivare alla luce per poi sbocciare in un fiore. La speranza percorre sempre sentieri impensati e impensabili.
Occorre aspettarla al varco e raccontarla, con rigorosa professionalità per non umiliarla con sdolcinature e retorica.
Per fare questo occorre che il giornalismo sia sempre più una “élite pensante” cordiale, aperta, contagiosa, brillante.
Capace di stare in contatto con quelle “élites pensanti ” che non sono tanto nei palazzi quanto tra la gente semplice, umile, onesta, che tiene in piedi un Paese senza la presunzione di risolvere i grandi problemi ma neppure rassegnata di fronte alla loro gravità.
Ed è proprio questa gente, che pensa e agisce, a chiedere con severità il ritorno di una “élite” culturale e politica di servizio e non d’interesse. Una “élite” che a livello nazionale e internazionale sappia vedere giusto, lontano e alto.
E sappia indicare le direzioni da prendere e le scelte da compiere per uscire insieme dalla tempesta.
La domanda di futuro della gente, che è dentro i fatti, si rivolge anche ai giornalisti e mette sotto esame la loro competenza e la loro sensibilità.
Per i professionisti cattolici, si è detto infine ad Annecy, la crisi è dunque un’occasione per dire, con il sobrio linguaggio delle notizie, le ragioni della speranza che è nei cristiani. Un’occasione per essere “élite pensante” che vive la professione come esercizio quotidiano di una laicità che sa vedere giusto, vedere lontano e vedere alto.
E con questo sguardo si può scrivere in prima pagina che, nel tempo dell’incertezza, una società non è costretta a “sopravvivere” ma è chiamata a “rivivere”.

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