Otto milioni di italiani fanno fatica a campare

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Di Nicola Salvagnin

ITALIAOtto milioni di italiani fanno fatica a campare; quasi la metà di questi non ce la fa proprio e ha bisogno di una mano. I numeri snocciolati dall’Istat non potranno essere ignorati da nessuna forza politica che chiederà il voto per governare un Paese che si sta impoverendo. Non ci sono vaste bidonville, qui; non abbiamo (ancora) problemi di denutrizione: ma la povertà, quella vera e brutta, ce l’abbiamo già in casa.
Cinque anni consecutivi di crisi economica hanno portato a questo: un’ampia fetta di italiani sta scivolando verso una condizione di povertà assoluta, di mancanza cioè di mezzi materiali sufficienti per affrontare dignitosamente la vita quotidiana.
Il riscaldamento, ad esempio: chiedere alle aziende erogatrici di gas quante migliaia di cittadini stanno sollecitando rateazioni sulle bollette, o addirittura comunicano di non poterle pagare. A rischio di termosifoni spenti, di docce con l’acqua fredda.
Non è melodramma a buon mercato, ma la condizione – ad esempio – di centinaia di migliaia di anziani con pensioni inferiori a mille euro al mese (la metà dei pensionati italiani ne percepisce meno di 750…). Più che vivere, è sopravvivere.
O l’esplosione della morosità per gli affitti; o l’aumento esponenziale di persone che chiedono un sostegno addirittura per i pasti, ai Comuni o alle associazioni caritatevoli.
Niente di drammatico, ma una diffusa condizione che interessa particolarmente il Mezzogiorno d’Italia e le città più grandi e costose.
E ci fermiamo col parlare di chi coniuga a fatica il pranzo con il pane e latte serale; lasciando perdere quel vasto ceto medio che sta pian piano smantellando la propria qualità del vivere. Più sobrietà, si dice o s’invoca. Ma non è una scelta, per moltissimi italiani.
Una soluzione può e deve essere cercata in un welfare che non può e non deve abbandonare le fasce più deboli della popolazione. Anche se è proprio questo che sta accadendo oggi, per il fatto che Stato e Regioni stanno diminuendo le risorse a favore di malati, disabili, anziani.
Nel medio-lungo periodo, ci si dovrebbe affidare alle ricette dei potenti della Terra, molti dei quali si troveranno questo fine settimana a Davos, tra le montagne svizzere, per studiare i grandi problemi dell’umanità (secondo gli ottimisti); o per sgranocchiare sapidi aperitivi, secondo chi valuta i risultati di questi consessi mondiali che esaminano cifre, lanciano allarmi, propongono grandi soluzioni senza poi finalizzarne alcuna. Ma mettiamoci tra gli ottimisti e speriamo che veramente, questa volta, governanti e potenti capiscano l’importanza del bene comune e sappiano portare a casa risultati significativi.
È difficile governare un mondo che non ha strutture di governo condivise, visti gli affanni dell’Onu e la parziale efficacia di altri organismi planetari quali la Banca mondiale, l’Fmi, il Wto e i vari G8, G20, G qualcosa. È evidente che ogni barca sta andando per la propria rotta, e il massimo che si possa ottenere è di non far scontrare quella cinese con quelle occidentali; o quelle dei ricchi con quelle del Terzo mondo. I conflitti d’interessi – dall’ambiente all’energia, dalle condizioni di lavoratori e cittadini alle comunicazioni – sono solidi, tra Stati e tra sistemi economici.
Purtroppo non c’è un condiviso problema mondiale di crescita (l’economia della Terra è comunque cresciuta del 2,3%, l’anno scorso), ma di equilibrare lo sviluppo di Paesi fortemente emergenti, con il declino delle vecchie potenze mondiali, tra le quali ci siamo anche noi.
Sui nostri poveri, il mondo non verserà una lacrima, al grido: “C’è di peggio!”. Siamo noi che dobbiamo mettere al primo posto delle varie agende politiche un problema che non s’interromperà né al momento del voto, né nei mesi successivi. Disoccupazione (giovanile e non); invecchiamento della popolazione; indebolimento del welfare; affaticamento delle famiglie: tutte facce della stessa medaglia che non ha ricette magiche, né qui né altrove, che possano lucidarla all’istante. Piuttosto, c’è bisogno di tanta attenzione e capacità da parte di classi dirigenti che, questa volta, devono fornire competenza e dedizione. Non cerottini o, peggio, disinteresse.

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