La ”Casa dei Gesù bambini” di Betlemme

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di Daniele Rocchi

BETLEMME – L’indice della mano per comunicare, per parlare, lui che è muto e con ridottissime capacità uditive.
Gravi disabilità
lo frenano ma R., sette anni, non si arrende e gattonando, ha entrambi i piedi torti e una grave scoliosi, raggiunge ogni zona della casa, si arrampica dappertutto anche se la sua meta preferita sono le braccia delle suore e dei volontari che lo assistono da cinque anni e mezzo nell’“Hogar niño Dios”, la ‘casa dei Gesù bambini’, di Betlemme. R. proviene da una famiglia cristiana, i genitori non hanno mai accettato la sua disabilità e per questo vive nell’Hogar, la casa di accoglienza per bambini disabili, abbandonati o in grave necessità, attiva dal 2005, a due passi dalla basilica della Natività, grazie alle Serve del Signore e della Vergine di Matarà, famiglia religiosa del Verbo Incarnato che opera anche nella Striscia di Gaza.

R. è un bambino vispo che sa farsi capire e comunicare la sua voglia di vivere, così come i suoi compagni, tutti con gravi disagi e disabilità. Per loro ogni giorno è previsto un tempo di gioco, di studio, di riabilitazione psico-motoria, come l’idroterapia e la musicoterapia. Oggi i bambini sono ventuno, di cui otto orfani, gli altri appartengono a famiglie estremamente povere di Ramallah, Hebron e di villaggi isolati nella zona di Betlemme, che non sono in grado di provvedere ai propri figli laddove non li abbiano abbandonati sin dalla nascita. Quasi tutti sono musulmani. Essi riempiono la casa di movimento e di suoni, danno il loro bel da fare alle suore, sette in tutto, coordinate dalla superiora, madre Maria Pia Carbajal, argentina che racconta: “Nel giugno 2005 l’allora patriarca latino di Gerusalemme, Michel Sabbah, ci offrì l’uso di una piccola casa del Patriarcato, due camerette e un bagno, dove vennero ospitate le prime due bambine disabili. Non c’era niente nell’abitazione e quel che riuscimmo ad avere di mobilio e forniture ci fu donato dai nostri vicini, come materassi, cuscini, coperte e così via. Successivamente, grazie anche all’aiuto del patriarca Twal, successore di Sabbah, iniziammo ad ampliare la casa”, che oggi si struttura su due piani, con un terzo in costruzione, dotata di palestra per la riabilitazione, sala giochi, una sala per la musicoterapia, una piccola piscina per l’idroterapia, oltre al refettorio, alle camerette e agli ambienti di vita comune. La vecchia abitazione oramai vive all’interno della nuova, “quasi come una piccola Porziuncola”. Suor Carbajal parla tenendo in braccio R. che indica con il suo dito una direzione, quella di un’altalena posta su dei tappeti di gomma nella zona ricreazione. Ora è lì che dondola tra i sorrisi di tutti. “R. è stato il terzo ad arrivare qui – continua la religiosa – da poco è stato inserito in una scuola speciale. A breve dovrebbe subire un’operazione per cercare di sistemare i piedini. Speriamo vada tutto bene”. Ma le buone notizie per R. arrivano anche dalla sua famiglia: “Stiamo cercando di avere dai suoi genitori il permesso di far venire qui la sua sorellina di dieci anni, che lo ama molto, per giocare insieme. Sarebbe di grande aiuto per R.”.

Crescono i bambini ma crescono anche i bisogni dell’“Hogar niño Dios”. “Non abbiamo sussidi né alcuna forma di aiuto costante. Confidiamo nella Provvidenza – sottolinea la madre superiora – per andare avanti. La stessa piccola retta che chiediamo alle famiglie non copre minimamente i costi di gestione della struttura. La Provvidenza per noi assume il volto di benefattori, diocesi, associazioni, gruppi che ci affiancano nel lavoro quotidiano”. Uno di questi è l’Unitalsi: a turno, durante l’anno, nella casa lavorano diversi volontari che affiancano le religiose nell’animazione dei piccoli ospiti. “I nostri bisogni primari restano comunque cibo, vestiti, pannolini e specifici aiuti per l’assistenza medica e riabilitativa”. Si può contribuire prendendo informazioni sui siti www.servidoras.orgwww.ive.org e scrivendo mail ac.belen@servidoras.org.

Il servizio reso a questi piccoli ha avvicinato molte famiglie musulmane alle suore creando un clima di dialogo e di fiducia reciproca che è, afferma suor Carbajal, “un altro grande risultato dell’amore. Molte madri ci chiedono cosa ci spinge ad occuparci dei loro figli, cosa ci spinge a lasciare i nostri Paesi di origine per arrivare qui a Betlemme e metterci a servizio dei più piccoli e dei più poveri. A tutte rispondiamo che lo facciamo per Gesù, quel Bambino nato a pochi metri da qui. Una di loro, una volta, accolta nella nostra casa per gravi difficoltà familiari, mi disse: voi cristiani insegnate a noi musulmani la misericordia. Molti di qui, siano essi cristiani o musulmani, cominciano a comprendere che la fiducia, la comprensione, il dialogo sono i mezzi più potenti per costruire la pace. Amare, aiutare le famiglie ad accogliere tutti i figli, sani e malati, come un dono di Dio, servire i più poveri è per noi servire alla pace nella terra del Principe della pace”.

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