I numeri dei “femminicidi” – come riportano i media – e delle aggressioni, sono impressionanti

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Di Alberto Campaleoni

ITALIA – Succede a Bergamo: una giovane di 24 anni viene aggredita da un uomo grande e grosso, che cerca di violentarla.
È notte e la giovane sta recuperando la propria auto in un parcheggio, in una zona semicentrale della città.
Fino a pochi minuti prima si trovava poco distante, con alcune amiche, che arriveranno da lei subito dopo l’aggressione, per soccorrerla e accompagnarla in ospedale. L’aggressore l’aveva notata, sola, nei pressi del parcheggio. Le si era avvicinato anche con l’auto, un’utilitaria bianca. Poi a piedi, fino al momento di saltarle addosso, bloccarla, aggredirla, nonostante le urla e i pianti. Alla fine la fuga. Arrivava gente.
La vicenda è terribile, purtroppo non rara. Si fa un gran parlare, a ragione, della violenza contro le donne, poiché si tratta di una vera emergenza.
I numeri dei “femminicidi” – come riportano i media – e delle aggressioni, sono impressionanti. Giusto anche aspettarsi una reazione della società in proposito. Forse anche un inasprimento delle pene per reati legati a questo fenomeno. Così si può capire lo sconcerto se, una volta catturato il presunto aggressore di Bergamo, un giudice non lo manda in carcere, ma lo lascia agli arresti domiciliari. Per di più a pochissima distanza da dove il delitto è stato commesso, nell’abitazione dove vive come normale padre di famiglia, con due figlie piccole. Provvedimento ineccepibile, probabilmente, sul piano giuridico, ma quantomeno poco opportuno, vista la situazione. Che ha un’aggravante: la giovane aggredita è vicina al movimento degli ultras atalantini, che da quando è accaduta la vicenda, sono in fermento. E così, subito dopo l’arresto e la consegna ai domiciliari dell’aggressore, scatta la bagarre: assedio sotto casa, tafferugli, slogan, grida, tensione. Tensione che si ripete anche quando la città si mobilita contro la violenza, con una fiaccolata pacifica: ecco gli striscioni da stadio che chiedono la singolare “giustizia” del taglione e invocano, a proposito del presunto colpevole: “Datelo a noi”.
I fatti fanno riflettere in diverse direzioni. Oltre alla questione di opportunità nel giudicare il caso e nell’applicare la legge, c’è da considerare come si viva talvolta in un clima di violenza diffusa che non aiuta a superare i fatti più incresciosi. La violenza chiama sempre altra violenza. Certo non si può tollerare l’aggressione a una persona (odiosa, in modo particolare, quella a una donna, come nel caso di Bergamo), come diventa insopportabile il senso d’insicurezza che può derivarne. Tuttavia allo stesso modo non si può accettare che la rabbia e l’indignazione prendano la deriva a loro volta dell’aggressione, rischiando d’innescare una spirale pericolosissima. Alla violenza occorre rispondere con un supplemento di responsabilità e di consapevolezza, col coraggio d’inventare strade nuove per lo stare insieme: non rapporti di forza, ma di cooperazione e condivisione.
Come a dire: certo la giustizia faccia il suo corso, ma intanto mettiamoci insieme per creare le condizioni che blocchino sul nascere il clima di violenza.
La fiaccolata dei bergamaschi è stato un tentativo in questa direzione, con la luce delle fiaccole contro il buio della notte che nasconde le intenzioni malvage e il cammino silenzioso, capace di annullare le urla scomposte di chi chiede giustizia sommaria, di chi vorrebbe “fare da sé”. No, non vale urlare più forte, o mostrare i muscoli. Piuttosto deporre le aste delle bandiere usate in modo improprio e stringere mani, togliere i fazzoletti e i passamontagna e guardarsi in faccia, riconoscersi. Diventare carnefici non aiuta le vittime.

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