Investimenti all’estero qualcuno ritorna

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Di Nicola Salvagnin

EUROPA – È orrendo dirlo: ma la crisi economica che attraversa da anni il mondo occidentale, lo sta rendendo di nuovo competitivo. E le aziende euro-americane o non delocalizzano più, o fanno ritorno entro i patri confini.
I segnali in tal senso si moltiplicano ogni giorno. In Germania si è praticamente interrotta la corsa alla delocalizzazione all’estero: è sempre più difficile trovare manodopera di buona qualità e in Paesi affidabili da “sfruttare” (ovvero, paghe sideralmente distanti da quelle europee e relazioni sindacali inesistenti). Laddove è accaduto, le dinamiche salariali sono esplose e le rivendicazioni pure, accorciando il delta di convenienza tra una fabbrica a Treviso e una a Timisoara, in Romania.
Abbiamo fatto questo esempio non per caso: nel decennio scorso migliaia di aziende venete si accasarono in quel lembo di Romania, attratte da stipendi di un quarto rispetto a quelli italiani e dalla relativa vicinanza degli stabilimenti: rispetto a Treviso, Timisoara è più vicina che Napoli. E poi fabbriche in Slovacchia, in Albania (a Verona c’è un frequentato volo giornaliero verso Tirana), in Serbia. Il manifatturiero a basso valore aggiunto – jeans, magliette di cotone, scarpe – scelse quindi la Tunisia, il Vietnam e la Cina.
Ora, sono proprio le fabbriche tedesche del manifatturiero a tornare in riva al Reno. Tornano da Polonia e Slovacchia, tornano dalla Cina. Un po’ per la crescita dei salari locali, un po’ per i maggiori costi di trasporto che vanificano i risparmi sul personale; molto per i problemi in cui spesso incappano le aziende che producono beni di qualità almeno media. Prodotti fatti male, con grande scarto, con lavorazioni non appropriate e con tempi ballerini annullano qualsiasi altro vantaggio.
In più, c’è che pure nel ricco Occidente la manodopera costa meno di prima. L’esempio americano è lampante: se da una parte la politica a stelle e strisce ha capito quanto si stesse impoverendo il tessuto economico e, quindi, sociale a causa delle delocalizzazioni in Messico o Colombia, dall’altra i molti disoccupati sono disposti a guadagnare di meno, pur di lavorare. Con il beneplacito, peraltro, dei sindacati.
E questo sta accadendo clamorosamente pure in Spagna, flagellata da una disoccupazione da record. Nel 2012 non sono mai state prodotte così tante auto in terra spagnola, nonostante il mercato locale delle quattro ruote sia letteralmente crollato. Gruppi come Volkswagen o Renault hanno investito moltissimo, assumendo molta manodopera però a condizioni salariali inferiori rispetto a due-tre anni fa. Meglio lavorare per meno, che non lavorare affatto.
In più, con grave ritardo, ci si sta mettendo la politica. Con modalità efficaci, o meno. Obama e certi Stati americani (Texas in primis) stanno investendo molte risorse per rendere più “accogliente” il ritorno in patria dei figlioli prodighi. Sindacati americani e tedeschi sono molto flessibili, ma anche persuasivi nei confronti dell’imprenditoria: atteggiamento collaborativo se si decide d’investire in casa piuttosto che fuori.
In Francia, invece, anche per motivi ideologici, si è preferito un approccio diverso sia col precedente presidente Sarkozy, sia con il successore Hollande. In pratica: muro contro muro con chi se ne vuole andare; nazionalizzazione nei casi più complessi. Risultati che non stanno pagando granché, e nel frattempo spaventano gli investitori stranieri. Che invece in Gran Bretagna sono accolti con grandi sorrisi e tantissime attenzioni.
E in Italia? Mah! Un bel segnale c’è stato recentemente, con il Gruppo Fiat-Chrysler che ha deciso d’investire anche qui (oltre che in Brasile, Turchia, Serbia, Polonia, Russia…). Si paventava l’addio ai 5 stabilimenti italiani, è stato potenziato Pomigliano e s’investirà su Melfi. Ma nel complesso paghiamo distrazioni politiche e posizioni sindacali spesso inflessibili. Tant’è che le sirene di disturbo non provengono più dal Sud-Est asiatico, ma dai Paesi confinanti: la Slovenia sta attirando dentro i suoi confini molte vicine aziende friulane; la Carinzia austriaca sta promuovendosi nel Veneto come piazza interessante ove posizionare – se non la produzione – almeno la sede e gli uffici amministrativi.
Perché? Semplice: per pagare meno tasse, per avere servizi pubblici rapidi ed efficienti. Così un nutrito gruppo d’imprenditori veneti è andato a visitare la Regione austriaca per vedere e capire l’offerta locale. E pure la Cisl veneta ha voluto rendersi conto della situazione, andando in loco a verificare.
Qualcuno sta facendo già le valigie; molti altri per ora rimangono qui. Per ora, e lo hanno detto chiaramente e pubblicamente. Quando vivi in uno Stato che pretende i suoi crediti (imposte e altro) immediatamente e abbondantemente, e paga i suoi debiti a molti mesi di distanza, la tentazione mitteleuropea diventa irresistibile.

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