Educatori di Azione Cattolica: Collaboratori della gioia

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ROMA – A Roma questo fine settimana, 14/16 dicembre, un migliaio di educatori dell’Acr e del Settore Giovani di Azione Cattolica si sono ritrovati presso la Domus Mariae e la Domus Pacis, per il loro Convegno nazionale. Il titolo del convegno è “Collaboratori della vostra gioia. La passione di educare insieme”. Sono stati molti gli ospiti, momenti di studio, di confronto e incontro proposti in interventi comuni che specifici per gli educatori che svolgono il servizio in Acr e nel settore giovani. Anche questo convegno si inserisce nel decennio dedicato dalla Chiesa Italiana all’educare alla vita buona del Vangelo, come contributo specifico dell’Ac.

Gli educatori di Ac si riuniscono in convegno per sottolineare che il servizio educativo prima di essere frutto di competenza, tecnica e metodo, è questione di relazione, di dono e di cuore. “Ogni credente ha in sé la vocazione ad essere educatore, innanzitutto per gratitudine di quel che si è ricevuto”: ha sottolineato la biblista Rosanna Virgili nel suo intervento di apertura, Educare è «prossimità» ed è «comunità»; è, per il presidente dell’Ac: “Cercare il dialogo, il confronto, il coinvolgimento in un percorso formativo e in un patto educativo che deve coinvolgere innanzitutto le famiglie”. È: “aiutare anzitutto chi educhiamo, ma più in generale noi stessi e le parrocchie ad aprirsi, ad accogliere, a rendersi più sensibili alla vita delle persone, a partire da quelle più prossime fino a comprendere tutta l’umanità”. “Tutto ciò non passa tanto attraverso iniziative nuove, ma – sottolinea ancora il presidente Miano – soprattutto attraverso un proprio nuovo modo d’essere in rapporto al Vangelo e alle persone, attraverso una cordialità attenta e relazionale, attraverso il dialogo. Anche in questo caso dobbiamo essere sollecitati dal nostro relazionarci con la realtà, ovviamente senza farcene assorbire o stravolgere, e allo stesso tempo sollecitarla, interrogarla, dare speranza, essere propositivi, volgerla alla costruzione di un bene comune”. Ciò che siamo chiamati ad essere, in fondo è, ricorda infine Miano “educatori responsabili nella corresponsabilità”, per consentire agli altri di diventare “responsabili e corresponsabili”.

Ricche le due giornate per gli educatori, in particolare le tavole rotonde, per gli educatori dei gruppi giovani e giovanissimi, che si sono confrontati intorno a “Educare è l’infinito del verbo sognare”, nella tavola rotonda che ha messo a confronto la psicologia con Luigi Russo, che dalla sua esperienza ha ricordato che la relazione educativa nasce “dal saper riconoscere i bisogni, dal saper dare un nome a questi bisogni e dal saperli soddisfare” E quindi l’educatore ha il compito di coltivare le emozioni come “movimento” che è tipico e “necessario ad ogni azione educativa”. La voce della Chiesa, con il vescovo di Aversa e vice presidente Cei, mons. Spinillo, che ha sottolineato il dialogo con l’educante e l’attenzione alle sue domande di vita stando al fianco di ciascuno rispettandone i tempi e accogliendone la domanda di partecipazione. Poiché solo nel camminare insieme – dell’educatore e dell’educando – l’”educare diviene generare: vita e futuro”.

La scuola nelle parole del prof. Cicchitello, collaboratore del ministero dell’Istruzione, che non esaudisce la “domanda educativa delle giovani generazioni”, specie se constatiamo quanto “nella scuola ci sia oggi più una domanda di affetto che di cultura”, che impone agli insegnati di “ripensare la loro natura di educatori” spingendoli a “non essere solo degli esperti della loro materia, ma degli “adulti di riferimento”, che sempre più sono chiamati a sostituire gli stessi genitori, le stesse famiglie”. C’è innanzitutto bisogno di “maggiori relazioni”, poiché sono queste ultime che restano nel tempo.

E l’associazione attraverso il contributo di Chiara Finocchietti, coordinatrice dei giovani dei Fiac ed vice giovani nazionale nello scorso triennio, che ha ricordato che tutti “siamo chaiamati a essere educatori”, ma nell’Azione Cattolica c’è un “di più” perché l’educatore sa di far parte di una grande storia che c’è e ci sarà anche dopo di noi» e che anche lui o lei «c’entra», poiché è una storia «fatta insieme, collettiva». l’educatore di Ac «condivide un Progetto formativo che nel solco del servizio alla Chiesa», di una storia vissuta insieme e spesa nell’azione di «evangelizzazione e formazione delle coscienze» come indicato dallo stesso Statuto dell’associazione. «l’educatore è partecipe dell’opera creatrice di Dio» ed è chiamato per agire al meglio a «saper leggere i segni dei tempi e a dare ragione della sua fede», come ci ha chiesto il Concilio Vaticano II di cui quest’anno festeggiamo i cinquant’anni.

Gli educatori dell’Acr si sono confrontati con i sentimenti nella tavola rotonda “Tu chiamale se vuoi… emozioni!», poiché «sono i sentimenti e le emozioni che li veicolano la base del processo di formazione di ogni persona». Per questo, «sentimenti ed emozioni vanno riconosciuti come tali e ricondotti ai bisogni che ne danno origine». A dirlo è la psicoterapeuta Franca Feliziani Kannheiser. «In ogni momento della nostra vita – aggiunge la Kannheiser – proviamo delle emozioni, che spesso hanno la loro radice nel corpo, nelle sensazioni che siamo portati a provare. Il corpo, gli affetti e la cognitività divengono, dunque, componenti di un unicum, vanno insieme, si integrano e a seconda della nostra età una può prevalere sull’altra. Ma poiché il pensiero si nutre delle emozioni, se ci difendiamo troppo da ciò che proviamo arriviamo a non essere in grado di pensare». le emozioni devono essere sperimentate e “vissute come positive e giustificate», «in un ambiente protetto, dove poter esprimere quello che pensiamo e proviamo per capire che non è pericoloso, riconducendolo al bisogno che lo ha provocato». Occorre, infine, che le emozioni siano «riconosciute da qualcuno».

Il teologo don Cesare Pagazzi ha ricordato che è «con le mani che esprimiamo emozioni. Apprendere, comprendere, riprendere, intraprendere, sorprendere, sono verbi che descrivono il fatto umano e derivano tutti da “prendere”, che nuovamente ci rimanda alla mano». Una mano che quando prende «non è una pinza, ma dice affetto amore, curiosità. Siamo uomini e donne perché abbiamo fatto sì che la mano si lasciasse educare dalle cose». Le cose, in breve, ci danno la certezza dell’affidabilità, Dio stesso crea l’uomo con una cosa, con la terra. Ma le cose, al contempo, ci oppongono la loro resistenza. E in tal senso ci limitano. Ed è proprio quando le cose ci dicono no che ci fanno da ostetriche, ci tirano fuori dal grembo che noi stessi ci costruiamo».

Padre Carlo Chiappini, maestro dei novizi della Compagnia di Gesù, ha parlato di come «sentire e gustare le cose internamente abbia un ruolo fondamentale nell’esperienza umana e spirituale». «L’etimologia stessa della parola “emozione” ci svela che si tratta di una forza che muove dall’interno». Dio «parla al cuore e così, in questo luogo intimo e personale nel quale solo Lui entra liberamente, ci fa sentire la sua chiamata». In tal senso, per mettersi in contatto con il «sentire profondo, nel quale risuona la parola che Dio rivolge a ciascuno in maniera unica, serve spesso un lungo processo di purificazione». Non dobbiamo dimenticare che il luogo più concreto e reale in cui si manifesta il mistero di Dio, ci ricorda padre Chiappini, «è la storia: la nostra storia personale, nella quale, attraverso gli slanci, le ferite, il peccato, il perdono, la generosità, la capacità di commuoversi, siamo chiamati a crescere in sapienza, età e grazia».

Il responsabile diocesano dell’Acr, Emidio Palestini, che ha partecipato, lo ha definito: “Un convegno ricco di momenti formativi, di preghiera, idee e dialoghi e condito con ospiti eccezionali.” E “la gioia naturalmente è quella che l’educatore ha conosciuto nell’incontro con Cristo e della quale si fa tramite ai ragazzi e giovani che i genitori e la parrocchia gli affidano”. Un convegno che ha visto la partecipazione attiva  degli educatori dell’ACR, come racconta Emidio: “abbiamo seguito un percorso incentrato sulle emozioni del ragazzo e dell’educatore,  passando attraverso la psicologia, la teologia, e l’arte. Ospiti in sala, dibattiti e visite guidate a tema dei dipinti romani del Caravaggio hanno animato e rianimato i gesti, i pensieri, e i sorrisi di oltre cinquecento educatori da tutta Italia. E tornando a casa sicuramente ci tiene caldo il cuore l’invito dell’assitente nazionale ACR don Dino Pirri “Oggi la nostra fede è la gioia di vedere la bellezza della Chiesa, anche quando serve con discrezione e obbedisce nel silenzio. Di vederla negli occhi di ciascuno, prima che nelle attività. Nella passione e non nell’organizzazione. Nella responsabilità e nella cura degli altri anziché nel potere. Nell’accoglienza delle diversità e di ogni grido.”

La responsabile nazioanle dell’Acr, Teresa Borrelli ha concluso il convegno ricordando che l’ACR è un cammino di iniziazione cristiana riconosciuto dalla CEI, e perciò la necessità e il dovere di ogni educatore sono quelli di avere una fede matura, capace anche di riscoprire il senso dell’indisponibilità, riconoscendo che “io opero fin qui”. L’ACR non è l’Azione Cattolica Ragazzi, ma dei ragazzi! In quella semplice preposizione articolata c’è la centralità dei più piccoli, attorno ai quali l’intera associazione ha costruito e alimenta un’articolazione intera per prendersene cura, attraverso la scelta della completezza, della gradualità e della globalità. Il cammino di fede dei bambini e dei ragazzi non è altra cosa dalla vita, bensì è la vita stessa. A conclusione del convegno è stato presentato anche il nuovo sito dell’ACR, totalmente rinnovato e interattivo: acr.azionecattolica.it

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