Obesità infantile: è anche una ”questione culturale”

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di Gigliola Alfaro

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Parlare a piccoli e grandi del problema obesità in modo semplice e immediato per prevenirlo e combatterne le conseguenze, spesso gravi, che ne derivano. Questo l’obiettivo del progetto “Torna in campo, Ric!”, un fumetto realizzato dall’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, con il sostegno dell’Istituto Scotti-Bassani per la ricerca e l’informazione scientifica e nutrizionale. Il fumetto racconta la storia di Riccardino, un bambino che, in seguito ad abitudini alimentari scorrette e uno stile di vita sedentario, diventa obeso e sviluppa una steatosi epatica e le complicanze a essa collegate. Riccardino diviene quindi bambino simbolo di chi riesce a sconfiggere l’obesità grazie all’attività fisica, alla sana alimentazione e a tanto impegno. A Valerio Nobili, responsabile della U.O.S. Malattie epatometaboliche dell’Ospedale Bambino Gesù, che ha curato il progetto, abbiamo posto alcune domande.

L’obesità, oltre che un problema di salute, è anche una questione culturale?
“L’obesità è sicuramente un problema culturale. Noi viviamo in una civiltà ‘obesogena’. La società in cui i nostri bambini vivono non ha spazi o li ha limitati, non ha tempo, con i genitori, impegnati nel lavoro, che dedicano ai figli intorno ai 15 minuti al giorno, è il retaggio di credenze popolari. Purtroppo, c’è ancora l’idea che il bambino grasso è bello, mentre deve passare l’idea che il bambino magro è sano”.

Quanto pesa la pubblicità nel consumo di merendine e altri alimenti poco salutari?
“La pubblicità ha un’influenza drammatica. Il bambino è il primo target dell’industria alimentare. Ma non c’è solo la pubblicità. Il cartone animato più visto degli ultimi anni è quello della Walt Disney intitolato ‘Up’. Il protagonista è un bambino scout obeso. Lo hanno rappresentato perché ha più ‘appeal’ rispetto agli altri. Il bambino ciccione è sempre stato identificato con il piccolo dolce, buono, affettuoso. Tutto ciò risponde oggi anche a una logica di mercato”.

Sono sempre più diffusi stili di vita sbagliati: quanto incide sull’obesità la cattiva abitudine di stare ore davanti alla tv, al pc e ai videogiochi?
“Rispetto ai bambini della mia generazione, negli anni Sessanta, quelli di oggi sono molto più intelligenti, grazie alle afferenze computeristiche che arrivano loro quotidianamente. Questi stimoli giungono loro, però, in una posizione seduta, ad esempio attraverso il telecomando o la playstation. Questo tipo di attività ha un consumo calorico, escluso quello del cervello, vicino allo zero. Perciò, l’obesità è un problema culturale, perché i bambini sono il risultato dell’attuale società”.

Manca la percezione dell’obesità come malattia?
“Il dramma è che qui non si riesce a concepire l’obesità come una malattia. Al contrario, se ne sono accorti gli americani. La first lady, Michelle Obama, è la donna americana più impegnata a combattere l’obesità infantile. Infatti, con gli attuali tassi di obesità, la riforma ‘Obamacare’, cioè la riforma sanitaria voluta dal presidente americano, non potrà reggere. L’obesità, infatti, porta diabete, ipertensione arteriosa, malattie cardiovascolari, fegato grasso. Un bambino obeso nell’80% dei casi diventa un adulto obeso e questo comporta degli altissimi costi sociali”.

Fino a che punto?
“I costi sono facilmente quantificabili. Parliamo di miliardi di dollari. L’Italia ha valutato in 300 milioni di euro il costo del diabete nell’anno 2011. Questi diabeti derivano dall’obesità. È un’emergenza in un momento in cui si stanno razionalizzando le risorse con la spending review. L’unica arma contro l’obesità è la prevenzione nei ragazzi, per evitare di curare gli adulti di domani. Si dice che l’Italia è uno dei paesi a più alta longevità: è vero, ma è una longevità dipendente dai farmaci, che costano moltissimo”.

Come nasce l’idea del fumetto?
“L’idea mi è venuta constatando che se da un lato abbiamo fatto grandissimi passi avanti per quanto riguarda la ricerca correlata ai problemi dell’obesità, dall’altro la malattia continua a crescere. Dobbiamo adesso essere bravi a comunicare alla società il problema, in particolare alle famiglie e ai pediatri. Il fumetto dà dei messaggi semplici e chiari su come un bambino magro può diventare obeso per alcuni errori e sul fatto che la terapia deve coinvolgere tutta la famiglia, con un cambiamento delle abitudini alimentari e di vita. Purtroppo, la percentuale di guarigione dei bambini obesi è solo del 15% perché cambiare una cultura è una vera impresa. Ma il messaggio del fumetto è duplice: il primo di allerta alla popolazione su questa problematica, il secondo è di ottimismo perché il problema è reversibile. È questo il messaggio che vogliamo dare alle famiglie, ma soprattutto alle istituzioni perché l’attuale sistema non è sostenibile”.

Che tipo di diffusione avrà “Torna in campo, Ric”?
“Il fumetto sarà distribuito a tutti i pediatri italiani. Faremo anche una diffusione nelle scuole del Lazio e in un campione di popolazione che abbiamo stimato di 300mila famiglie. Ma adesso abbiamo richieste anche dalle scuole della Valle d’Aosta e dai Cantoni svizzeri, quindi distribuiremo il fumetto alle scuole che ce lo chiederanno”.

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