Una barista dice basta alle slot machine

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Di Alberto Campoleoni

CREMONA – La notizia merita di essere ripresa. A Cremona la proprietaria di un bar ha deciso di staccare la spina alle slot machine, quelle macchinette mangiasoldi che bene o male tutti condannano – “rovinano le persone” – ma che poi si trovano un po’ ovunque. Niente di strano, soprattutto se si pensa all’ipocrisia dello Stato proprio a proposito del gioco d’azzardo.
“Strano”, inconsueto, suona piuttosto il gesto della signora Monica Pavesi: dopo anni che ospitava le macchinette nel proprio bar ha deciso che non poteva più assistere allo “spettacolo” di gente che si rovinava: “Italiani e stranieri, molti anziani ma anche giovani, forse più donne che uomini: gente che non se la passa bene e si aggrappa ai videopoker spendendo tutto quello che ha”.
Una tragedia per molte persone e famiglie e, nello stesso tempo, una fonte sicura di guadagno – lo Stato lo sa bene: dal gioco ricava 12,5 miliardi l’anno – per chi le macchinette le ospita. La stessa barista cremonese spiega che da quelle venivano gli utili del bar e rinunciarvi non è facile: racconta che deve ancora pagare un mutuo, che adesso teme una rivalsa della concessionaria delle slot, con la quale ha rotto anticipatamente il contratto… Il Comune le si è schierato a fianco e promette di aiutarla.
In realtà è la signora Monica che aiuta il Comune e anche un po’ tutti noi. La posta in gioco – se si può usare questo termine -, infatti, è alta. In Italia il gioco d’azzardo ha un “giro” di oltre 60 miliardi di euro l’anno e il fenomeno delle macchinette mangiasoldi è in continua espansione. In Lombardia – riferivano dati di stampa – solo negli ultimi 10 mesi hanno “macinato” circa 10 miliardi. Per ribellarsi a un fenomeno del genere servono coraggio e senso della responsabilità e il gesto della titolare del bar cremonese indica una strada che potrebbe essere seguita anche da altri.
Indica, anzitutto, come ciascuno può fare qualcosa e, in particolare, come ciascuno sia coinvolto nelle vite degli altri. Come, cioè, esista una responsabilità collettiva che è fatta da tante responsabilità individuali. Non è scontato, anzi. Tant’è che, come dicevamo, il gesto della barista cremonese risulta “strano” e inconsueto. Eppure, prendersi una responsabilità in proprio, per quanto limitata – verrebbe da dire: quante macchinette continuano a funzionare dopo che quelle di Cremona hanno staccato la spina – ricorda che tutti possono fare qualcosa, che la cittadinanza – non è fuori luogo il termine – è fatta anche di questi gesti che dicono, forse anche oltre le intenzioni immediate, appartenenza, condivisione. Fanno riflettere sul bene comune. E allora grazie, signora Monica.

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