La legge sulla corruzione, non basta

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ITALIA – Le nuove norme per rendere più efficace la lotta alla corruzione sono state approvate in via definitiva mercoledì 31 ottobre dalla Camera dopo il voto di fiducia incassato dal governo la sera prima, il terzo del suo complicato iter parlamentare. Il sì definitivo della Camera è giunto questa con 480 sì, 19 no e 25 astenuti. La legge si divide in due parti: una che rivede fattispecie e sanzioni dei reati contro la pubblica amministrazione e un’altra che contiene misure di “prevenzione” della corruzione, attivando nuove procedure e controlli negli uffici. A Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione giuristi cattolici italiani, Gigliola Alfaro per il Sir ha chiesto un parere.

Presidente, finalmente la legge è stata approvata…
“Sappiamo bene che era necessario proporre e approvare la legge anticorruzione per creare un’omogeneità tra l’ordinamento giuridico italiano e l’ordinamento degli altri Paesi dell’Unione europea. Per l’Italia approvare questa legge era, in qualche modo, doveroso, soprattutto nei confronti dei partner stranieri. Ma, al di là del carattere di doverosità istituzionale, ricordato peraltro anche dal presidente della Repubblica, c’è un problema sostanziale che nessuna legge in quanto tale riuscirà mai a gestire e cioè che la corruzione, prima di essere un problema giuridico, è un problema di etica pubblica e di etica privata. Solo un’adeguata rivitalizzazione dell’etica pubblica e dell’etica privata può in qualche modo incidere in questo cammino”.

A suo avviso, questo è un aspetto problematico?
“A mio parere, mentre è opinione comune che il problema della corruzione sia un problema di etica pubblica, non tutti hanno l’onestà intellettuale di ammettere che entra pesantemente in gioco anche l’etica privata e individuale. In un contesto culturale come il nostro, in cui da molte parte si sottolinea il relativismo etico, l’irriducibilità di stili di vita diversi tra di loro e la carenza di una prospettiva antropologica unitaria e unificante, il discorso sull’etica privata viene messo tra parentesi o addirittura da alcuni viene ritenuto un discorso talmente intimo da rendere superfluo parlarne. Questo comporta che il riferimento all’etica pubblica, condiviso da tutti, viene privato del punto d’appoggio più importante. Purtroppo, non siamo ancora tutti convinti che non c’è etica pubblica degna di questo nome che non faccia riferimento a un’etica privata assolutamente condivisa dalla popolazione”.

Qual è il primo passo da fare?
“La prima battaglia da portare avanti è quella non solo contro il relativismo etico, ma anche contro certe forme di pluralismo etico, che esaltando il profitto e le forme più estreme di liberismo economico e giustificando una pluralità indiscriminata di stili di vita, indeboliscono l’etica pubblica, la rendono fragile e, addirittura, rendono poco percepibile da parte dei corrotti la loro realtà di corrotti. La cosa che più colpisce in tanti scandali recenti è con quanta frequenza persone accusate di corruzione hanno manifestato atteggiamento di stupore, sostenendo che in realtà quello che loro facevano o lo facevano tutti o era comunque il prodotto di scelte individuali di vita che non dovrebbero essere sindacate a livello collettivo. Questo per me è il cuore del problema. Quindi, ben venga la legge: sono felicissimo che sia stata approvata, avrei addirittura voluto una legge sotto certi profili ancora più rigorosa, ma non mi illudo che la crisi dell’etica in Italia si risolva a colpi di leggi, votate dal Parlamento”.

Come possiamo allora uscire da questa crisi etica?
“Dobbiamo sostituire a una prospettiva che vede la politica come esercizio di un potere, benché democraticamente fondato, una politica finalizzata alla promozione del bene comune. La formula c’è ed è antichissima: tematizzare ogni attività politica come attività di servizio. Sappiamo invece che la logica tipica della modernità, che interpreta la politica sotto il segno del potere e il ruolo dei politici come coloro che si spartiscono il potere e si assegnano cariche che comportano ciascuna l’esercizio di una piccola parte del potere, ha stravolto i connotati del problema. Leggiamo sui giornali che in Italia ci sono 30mila poltrone da assegnare, cioè 30mila posizioni di potere che la classe politica si spartisce. Così vediamo quanto oramai è incancrenita la questione: invece di dire abbiamo 30mila funzioni di servizio pubblico da affidare ai più competenti, pensiamo a 30mila poltrone da assegnare. La cosa tragica è che l’opinione pubblica è convinta che tutto dipenda dall’assegnazione e spartizione di poltrone. È chiaro che finché si ragiona in questi termini non ne usciamo. Nonostante il preteso realismo di chi vuole parlare della politica in questa chiave, tale realismo si trasforma nel modello più pericoloso che si possa pensare, e quindi alla lunga più antidemocratico, di attività politica. La politica è servizio: i realisti dicono che questa è una posizione ingenua e astratta. In realtà su questa astrazione, secondo cui la politica è servizio, si fonda l’unica legittimazione possibile del potere: sono disposto a obbedire a un potere che opera al servizio del bene comune, ma non troverei alcuna ragione per obbedire a un potere che opera nell’interesse di chi è seduto sulla poltrona e non la vuole più mollare”.

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