Chiesa e Malati, testimoni e maestri

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ASSISI – Si è concluso ieri ad Assisi il convegno nazionale organizzato dall’Associazione italiana di pastorale sanitaria (Aipas), composta da cappellani degli ospedali, religiosi, religiose e laici che operano nelle strutture sanitarie, religiose e pubbliche, che quest’anno aveva per tema “Testimoni della fede nella pastorale della salute”. Don Carmine Arice, sacerdote del Cottolengo, che volontariamente ha concluso in anticipo sui tempi il suo mandato da presidente dell’associazione dopo la recente nomina a direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della sanità della Cei, intervistato da Simona Mengascini, per il Sir, chiarisce che “quando pensiamo ai testimoni della fede abbiamo due casi. Ci sono i testimoni che si mettono accanto ai malati, in nome della fede, ma ci sono anche tanti sofferenti che vivono la loro esperienza di buio alla luce della fede: questi sono i nostri veri maestri”.

Don Arice, quali parole sono necessarie oggi, quando si entra nell’esperienza della malattia con il messaggio cristiano?
“La prima che mi viene in mente è la parola bellezza: la bellezza di Dio che è rivelazione della sua bontà e del suo amore. Questa rivelazione ha il suo vertice nel mistero del Cristo crocifisso: non tanto il mistero che condanna la miseria e la malvagità umana, quanto, soprattutto, il mistero che rivela la grandezza dell’amore di Dio per noi. Noi vogliamo diventare testimoni della fede di questo Dio di Gesù Cristo, che nel momento dell’annientamento più totale, sulla croce, porta dentro di sé e con sé la fatica, la sofferenza degli altri testimoni della fede che sono i nostri ammalati, che veramente dobbiamo ringraziare, perché contribuiscono con un prezzo molto grande alla redenzione del mondo. Altra cosa importante è che non si può essere testimoni di un Signore con il quale non siamo in comunione. La testimonianza nasce dall’esperienza, innanzitutto quella della presenza del Signore nella propria vita. Gli stessi sacramenti che sono segni efficaci della grazia del Signore che agiscono comunque, senza altre condizioni, diventano strumenti in mano a persone che li devono amministrare e che in qualche modo devono anche essere dei portatori credibili di questa grazia, che li tocca e li raggiunge”.

Quali prospettive e compiti vede per un’associazione, come l’Aipas, impegnata nell’ambito della sofferenza?
“L’Aipas ha tra i suoi obiettivi iniziali, e principali, quello della formazione, mentre l’animazione della pastorale della salute sul territorio è di competenza degli Uffici diocesani. Allora per esempio, ci sono i corsi per i cappellani di prima nomina, il corso di esercizi spirituali, i seminari di studi: tutto questo viene offerto alle diocesi che vogliano servirsene. Altrettanto importante è operare in sinergia con l’Ufficio nazionale per la pastorale della salute, come scritto nello statuto all’articolo 6. Poi c’è anche l’offerta di esperienze di pastorale: abbiamo la rivista ‘Insieme per servire’, che non vuole essere una pubblicazione divulgativa, ma una rivista di formazione: lì ci sono studi e proposte di esperienze pastorali che possono essere strumenti utili per gli operatori. Mi pare anche che l’Aipas possa pensare a progetti capaci di rispondere a dei bisogni attuali, come una pastorale dei malati che vivono degenze, negli ospedali generali, anche solo di due o tre giorni. Un altro ambito potrebbe essere il promuovere la formazione degli operatori che poi faranno pastorale territoriale (come i sofferenti in casa), oppure occuparsi della pastorale degli anziani o dei disabili mentali che sono ammalati”.

Quali progetti per il suo nuovo incarico di direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale della sanità?
“Io non ho un ‘programma’ personale, sono al servizio della Chiesa italiana. Credo, per esempio, che sia importante lavorare a tutto quello che sta intorno alla Giornata mondiale del malato e al raccordo con tutte le realtà diocesane e regionali, proseguendo in questo l’ottimo lavoro del mio predecessore mons. Andrea Manto. Abbiamo poi lo strumento del Vademecum che è stato pensato come uno strumento a cinque anni dalla Nota pastorale del 2006 ‘Predicate il Vangelo e curate i malati’, per l’animazione degli Uffici diocesani, che va diffuso al massimo. Un altro aspetto è che la sanità in Italia è regionale: dunque è necessario vedere in ogni singola Regione quale tipo di pastorale è possibile, quale tipo di presenza, anche nuova, viene richiesta. C’è poi l’ambito delle istituzioni sanitarie cattoliche a cui desidero dare il mio sostegno pieno. Voglio certamente interessarmi della pastorale della salute che portano avanti tante associazioni ecclesiali che si occupano di ammalati che devono essere coinvolte all’interno di una progettazione della pastorale della salute. Infine c’è da tener presenti gli Orientamenti pastorali dei vescovi: l’ambito educativo è l’impegno primario di questo decennio e quindi si tratta di vedere come coniugare questi orientamenti nella situazione concreta del mondo della pastorale della salute. C’è tutto l’ambito educativo delle scuole, dell’educare agli stili di vita e del fare prevenzione, perché siamo la pastorale della salute e non la pastorale sanitaria”.

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