A cinquant’anni dall’inizio del Concilio, la riflessione di un nostro lettore

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VATICANO – Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di Michele Rosati.

Quando fu eletto Papa il cardinale Giuseppe Roncalli, patriarca di Venezia, alcuni, per la sua età avanzata, sentenziarono che il suo sarebbe stato un pontificato di transizione.
Non conosciamo il pensiero degli elettori, ma possiamo dire che il disegno di Dio era diverso. All’inizio del nuovo pontificato fu il Papa stesso a svelare il disegno divino: Tre mesi dopo l’elezione, Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959, annunciò la sua decisione di celebrare un concilio ecumenico.

Negli ultimi cinquant’anni, erano avvenute profonde trasformazioni sociali e politiche; erano maturati nuovi e gravi problemi, che esigevano una risposta cristiana.
Prima Pio XI e poi Pio XII avevano pensato ad un concilio ecumenico ed avevano pure avviato gli studi preparatori, ma entrambi i tentativi, per varie ragioni, si erano fermati.

Alcuni anni dopo, Giovanni XXIII, con lo sguardo rivolto ai bisogni della Chiesa e del mondo, si fiondò nella grande impresa.
L’annuncio del concilio, del tutto imprevisto, ebbe un vasto eco. Si accesero ovunque, all’interno e al di fuori della Chiesa, attese e speranze.
L’11 ottobre 1962 ebbe inizio  il XXI concilio ecumenico della Chiesa!
Il lungo cammino prese il via con tanta speranza nel cuore di tutti. Il concilio si svolse tra tante difficoltà di diverso genere. I temi all’ordine del giorno erano numerosi e complessi; interessavano la vita della Chiesa, i fratelli separati, le religioni non cristiane, l’umanità in genere; e alcuni di essi venivano affrontati per la prima volta in un concilio. Inoltre, nella discussione, si confrontarono formazioni, mentalità ed esperienze diverse. Il discorso di Giovanni XXIII all’apertura dei lavori conciliari, che indicava prospettive nuove per il Vaticano II, ha trovato consensi tra la grande maggioranza dei padri.

Ne è nato un concilio “nuovo”, cioè diverso da quelli della tradizione precedente, dato che era formato da vescovi di tutto il pianeta, non era stato determinato dalla risposta a deviazioni eretiche, e neppure da esigenze di organizzazione della Cristianità, né da emergenze drammatiche.
Un concilio che ha lavorato durante due pontificati diversi. Giovanni XXIII l’ha voluto e avviato, Paolo VI l’ha continuato e concluso. Gli impulsi che l’uno e l’altro hanno dato all’assemblea episcopale sono stati sensibilmente differenti. Da Giovanni XXIII è venuta l’idea stessa del concilio, caratterizzata da un “pensare in grande”, dalla convinzione che la fede potesse generare un evento storico adeguato alle esigenze nuove dell’umanità. Paolo VI invece ha accettato lealmente il concilio, si è sforzato di garantirne l’unanimità ed ha trovato la costanza di portarlo a termine.

Il concilio, con un intenso lavoro di quattro anni, ha portato la chiesa a rispondere coralmente e in positivo, cioè riproponendo i contenuti evangèlici essenziali, all’umanità di oggi, secondo i criteri della pastoralità e dell’aggiornamento.

Erano criteri estranei al cattolicesimo, per i quali mancava sia una consuetudine recente che un approfondimento concettuale: i padri conciliari si sono impegnati quindi in una riscoperta di questi valori.
Il  concilio è stato un evento che ha permesso di rappresentare per la Chiesauna magna charta sul futuro  Qualcuno sta tentando di sostenere che prima del Vaticano II la chiesa cattolica godeva di ottima salute e che, pertanto, il concilio sarebbe stato superfluo.

Documentandomi per questo articolo ho potuto notare che chi sostiene questo evidentemente non ha esperienza della mortificazione di chi assisteva a celebrazioni liturgiche in latino senza comprendere nulla, né dell’estraneità dei fedeli rispetto al mondo chiuso dei chierici. Allora i rapporti tra cristiani di diverse chiese erano caratterizzati dalla reciproca polemica a base di “eretico” e di “scismatico”, persino noti romanzi ricordano lo scandalo della concorrenza tra cristiani di diversa confessione.

La libertà era regolata dal S. Uffizio mediante condanne decise senza alcuna garanzia; salvo alcuni “gruppi del Vangelo” semi-clandestini tra studenti universitari, la lettura della Bibbia era vista con sospetto quando non punita. Infine, soprattutto in Italia l’ impegno emergente della Chiesa si esprimeva nel collateralismo nei confronti del partito della Democrazia Cristiana e in capillari interventi di fiancheggiamento elettorale.

È vero che alcuni di questi comportamenti sembrano riemergere anche ai nostri giorni, ma almeno è opinione comune che siano iniziative contraddittorie rispetto a quanto è stato indicato da un grande concilio, che costituisce per i cristiani l’autorità più alta. Negli ultimi anni si manifesta un’opposizione all’importanza del Vaticano II.

Certamente l’approvazione della costituzione liturgica  Sacrosantum Concilium (approvata con soli quattro voti contrari sugli oltre 2000 vescovi partecipanti al concilio) che si fonda sul principio di una partecipazione cosciente, attiva e semplice dei fedeli, ha dato non poco fastidio a tutte quelle persone definitesi “conservatori”, ma perchèla Chiesa dovrebbe mantenere una forma superata di liturgia, che una volta andava bene, ma che ai nostri giorni non sarebbe in grado di far comprendere il suo insegnamento?

Qua e là, emerge una tendenza che vorrebbe ridurre il Vaticano II a un “concilio debole”.
Un fenomeno simile si è già verificato dopo il grande concilio di Calcedonia (451), che aveva elaborato la concezione del Cristo che regge e ispira tuttora la fede cristiana, e si è ripetuto dopo il famoso e cruciale concilio di Trento (1545-1563),che ha sottratto il Cattolicesimo alla disgregazione interna, causata dalla decadenza ecclesiastica e dalla «corrosione» protestante. Se crediamo in Dio dobbiamo crederci sempre e quindi ogni Concilio è stato ispirato da Dio, il quale non può aver assistito la Chiesaper un certo periodo e non per sempre. Perfino San Paolo adattò il suo annuncio agli ateniesi prendendo lo spunto dai loro dei e citando i loro poeti per far comprendere il suo messaggio. Il concilio ha aperto la strada ai nuovi movimenti ecclesiali e nuove comunità: una delle novità più importanti suscitate dallo Spirito Santo nella Chiesa per l’attuazione del Concilio Vaticano II, una novità però che attende ancora di essere adeguatamente compresa alla luce del disegno di Dio…È noto che ogni concilio ha richiesto, in passato, tempi lunghi per la sua ricezione e attuazione. Cinquanta anni non costituiscono un periodo di tempo eccessivamente lungo per valutare l’effettiva ricezione del Vaticano II…e cosi in tanti oggi si scagliano contro i nuovi movimenti: un noto teologo – politologo ha scritto: “Dopo il Vaticano II, i teologi cattolici hanno chiesto e ottenuto la medesima libertà dei teologi protestanti in tutti i campi, a partire da quella dell’esegesi biblica, di cui i protestanti avevano l’egemonia. Non rimaneva di cattolico che la fede dei semplici, e quindi benvenuti all’Adesione a Gesù di don Giussani, L’amore fraterno di Chiara Lubich, la dura scuola neocatecumenale di Kiko Arguello e la nascita del Pentecostalismo neoprotestante della Chiesa Cattolica con il Rinnovamento Carismatico: tutti modi di esistenza cristiana in cui la teologia non conta più nulla” […]  se questa affermazione è in parte vera, a mio giudizio c’è anche un grave errore di valutazione, un errore che spesso in molti commettono è di non considerare teologica la base dei nuovi movimenti ecclesiali…  ma non è la teologia a non contare più nulla: ben vengano i nuovi movimenti, sono gli aderenti spesso e volentieri a non essere “conformi al Vaticano II.”

Il modo in cui  questi movimenti ti isolano dall’esterno è sottile e ogni critica è vista da loro come una persecuzione.
Per mia conoscenza, tutte le attività e le esperienze formative diverse vengono viste all’interno di questi movimenti con diffidenza, le amicizie, le frequentazioni devono essere  di quel movimento… e se ne possono citare tanti di movimenti ecclesiali.

Questa galassia ha una storia, che nasce dopo il Concilio Vaticano I, attraversa il Vaticano II e si svolge lungo tutto il Novecento: è una storia che anticipa e prepara l’espansione dei movimenti negli ultimi trent’anni: da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI.

I movimenti hanno qualcosa di nuovo e cioè la forza dello Spirito Santo che dona nuove vie, e in modi imprevisti ringiovanisce la Chiesa, come San Francesco  d’Assisi che ha voluto rinnovarela Chiesa iniziando un “movimento” e spingendo se stesso e tanti altri ad approfondire la fede e ad andare nel mondo per proclamare Gesù Cristo.
E come Francesco e i suoi seguaci si distinsero dai Catari (eretici che predicavano un dualismo Bene/Male portato alle estreme conseguenze) per il proprio stile di vita (non mettevano in dubbio la gerarchia della Chiesa; Francesco stesso infatti insisteva sulla necessità che si amassero e si rispettassero i sacerdoti; Francesco non si rifiutava di mangiare alcuni cibi rifiutati dai catari anzi accettava tutto quello che gli veniva offerto; La pace interiore per Francesco non era una semplice serenità, ma non poteva prescindere dalla capacità di amore, di perdono e la gioia di vivere… anche gli aderenti  dei nuovi movimenti potrebbero distinguersi dalle sette religiose a cui vengono spesso accumunati semplicemente essendo aperti al mondo che li circonda…

Laudate et benedicite mi Signore, et rengratiatelo et serviatelo cum grande humilitate. (cantico delle creature)

2 thoughts on “A cinquant’anni dall’inizio del Concilio, la riflessione di un nostro lettore

  • 11 ottobre 2012 at 16:10
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    In questo anno della fede dobbiamo tenere presente il criterio-guida proposto da Benedetto XVI per leggere il Concilio Vaticano II e questo criterio-guida è l’ermeneutica della continuità, ciò dobbiamo leggere il concilio in linea con la Tradizione della Chiesa. Col concilio vaticano II la chiesa non è stata rifondata, ma, come era nelle intenzioni di Giovanni XXIII (dovremmo rileggerci per bene la Gaudet Mater Ecclesia) si è aggiornata, cioè ha continuato a trasmettere lo stesso contenuto con un linguaggio pù comprensibile all’uomo contemoporaneo. Non sono un simpatizzante del vecchio rito e personalmente preferisco il “messale di Paolo VI”, trovo però ingiuste le parole, che sicuramente sentiremo ripetere mille volte durante questo anno della fede, che descrivono questo vecchio rito come astruso e incomprensibile per il popolo. Il messale di Pio V aveva tutta una sua struttura logica e simbolica e ignorarla per dire che abbiamo oggi il migliore rito possibile mi sembra molto superficiale. i due riti mettono in evidenza aspetti diversi dell’unico Mistero. Non si può snobbare comunque un rito antichissimo celebrato e vissuto da tanti santi.
    Mi sembra poi assuro che parole come “conservatore” o “preconciliare” siano oggi usate quasi come delle parolacce! La chiesa è per sua natura “conservatrice” (nel senso migliore e nobile del termine) ciò conserva quel depositum fidei che trae origine dal suo Signore ed è stato trasmesso dagli apostoli. Ovviamente tocca poi al Magistero coniugare questo deposito con la realtà presente. Anche la parola “preconciliare” non è poi tutto quel male che normalmente le attribuiamo… se ci pensiamo bene, perdonatemi la battuta, due fra le cose più care a noi cattolci sono molto “preconciliari”: il Vangelo e l’Eucaristia!
    Spesso poi si fanno ragionamenti su presunte aperture della chiesa verso il mondo e le si valutano più o meno positivamente a seconda del proprio orientamento, tuttavia io credo che la Chiesa debba in primo luogo guardare a cosa sia vero e se ciò è accettato dal mondo allora la chiesa sarà accomodante, al contrario se ciò è in contrasto col mondo la chiesa continuerà a promuovere ciò che annuncia come vero. Non bisogna cercare né di simpatizzare col mondo nè di criticarlo in continuazione: bisogna prima di tutto cercare la Verità. Col Concilio la Chiesa si è apera al mondo, quando il mondo si aprirà alla Chiesa!?!?!?
    Per concludere io credo che per vivere bene questo anno della fede dovremmo guardare con molta attenzione ad una parabola del Vangelo di Matteo: quella dello scriba che estrae dal suo tesoro oggetti antichi e nuovi

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  • 7 novembre 2012 at 13:35
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    Mi scuso se rispondo al suo commento solo ora… Giovanni XXIII nel suo discorso di apertura ( il Gaudet Mater Ecclesia per intenderci) indica lo scopo principale del Concilio. Il Sinodo è stata la prima vera occasione per conoscere realtà ecclesiali fino a quel momento rimaste ai margini della Chiesa. Nel corso del 900 infatti la Chiesa Cattolica dal suo ruolo centrale in Europa si è andata via via caratterizzando come una Chiesa Universale, grazie anche alle attività missionarie iniziate da Pio XI e quindi la diversità non era più rappresentata dalle sole Chiese cattoliche di rito orientale, ma anche dalle Chiese africane e latino-americane che chiedevano maggiore considerazione per la loro “diversità”. Paolo VI nel suo primo discorso al Concilio indica i suoi obiettivi tra i quali c’è il rinnovamento della Chiesa Cattolica e il dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo. Con il Concilio quindi la Chiesa ha tentato di aprirsi al mondo e in parte ci è riuscita… la Dei Verbum ricolloca finalmente al centro della vita della Chiesa e non solo la Bibbia, la Lumen Gentium da più importanza ai laici, la Sacrosantum Concilium riconosce le lingue volgari adatte per ogni tipo di celebrazione (anche se ricordiamo che secondo la costituzione il latino rimaneva la lingua ufficiale della Chiesa ma alcune parti della liturgia si sarebbero potute pronunciare nelle varie lingue, fu poi la riforma liturgica a generalizzare l’uso della lingua nazionale nelle celebrazioni per il semplice fatto che il popolo era in larga maggioranza ignorante e quindi non poteva capire una lingua che non conosceva, se Dio parla ai semplici allora facciamo in modo che i semplici riescano a capirlo, nessuno ha osato snobbare un rito antichissimo e meraviglioso come quello latino, ma in pochi riuscivano a comprendere l’autentico significato), con la Gaudium et Spes si aprì un confronto con la cultura e con il mondo, perché “pur se lontano dalla morale cristiana era pure sempre opera di Dio e quindi luogo in cui Dio manifestava la sua presenza”.. Anche sulle “presunte aperture della chiesa verso il mondo” (come dice lei) il concilio si è espresso; con la dichiarazione Nostra Aetate si riconosce la presenza di “piccoli semi di vita” anche nelle altre Chiese cristiane e nelle altre confessioni religiose ma Cristo è la Verità e l’unica Via per giungere al Padre. Ma le aspettative per i risultati del concilio, furono ampie e rimasero in molti casi irrealizzate e dopo il Concilio sono avvenute (almeno in Italia) le cose più orrende che potevano capitare, allontanando di fatto l’uomo dalla Chiesa, parlo del nuovo concordato, o le posizioni assunte nel referendum contro l’aborto, o ancora sulla fecondazione assistita e via discorrendo ….fin quando la Chiesa si limiterà a “criticare” il mondo esso non aprirà le porte alla Chiesa…eppure quella del Concilio era una buona strada!

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