I nuovi due dottori della Chiesa, conosciamoli meglio

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VATICANO – Con la proclamazione Santa Ildegarda di Bingen e di San Giovanni d’Avila, salgono a 35 i dottori della Chiesa ufficialmente riconosciuti. Un elenco che comprende pontefici, patriarchi, vescovi, cardinali, presbiteri e religiose. Santa Ildegarda è la quarta donna a essere insignita di tale dignità, dopo santa Teresa d’Avila e santa Caterina da Siena, nel 1970 da Paolo VI, e santa Teresa di Lisieux, nel 1997 da Giovanni Paolo II. Va ricordato che il titolo di “dottore della Chiesa” non comporta funzioni gerarchiche di magistero ma è un riconoscimento della Chiesa cattolica a quei santi che oltre a segnalarsi per l’impegno apostolico e l’eroismo quotidiano, con i loro scritti teologici e pastorali hanno contribuito in modo rilevante ad approfondire la comprensione e la comunicazione del mistero di Dio e la ricchezza dell’esperienza cristiana. Una definizione che si applica a pennello ai due nuovi “dottori” proclamati oggi da Benedetto XVI.
Ildegarda di Bingen, religiosa benedettina, nata nel 1098 in Germania, a Bermersheim, vicino a Magonza, entrò a otto anni nel monastero del quale poi divenne superiora. Le sue doti organizzative la portarono a fondare altri due monasteri, di cui uno a Rupertsberg nei pressi di Bingen, dove visse fino alla morte, avvenuta il 17 settembre 1179. È considerata la prima mistica tedesca e in vita fu assai celebre per le sue visioni e le sue profezie, che raccontò in numerosi scritti. Tra le sue opere maggiori, “Scivias” (Sci vias, ossia “Conosci le vie”), il “Liber vitae meritorum”, e infine “Il libro delle opere divine”, autentica lode alla bellezza e alla perfezione del Creato. Scritti che spaziano in argomenti riguardanti la teologia, la dogmatica, la morale, sempre trattati seguendo le sue visioni profetiche. Animata da molteplici interessi, anche scientifici (scienze naturali, medicina, cosmologia) e poetico-musicali (compose antifone, responsori, inni, e il dramma “Ordo virtutum”), santa Ildegarda ha lasciato un notevole epistolario nel quale insiste in particolare sulla necessità di riforma del clero e della Chiesa.
San Giovanni d’Avila, mistico e predicatore spagnolo, nacque nel 1500 a Almodóvar del Campo e morì a Montilla il 10 maggio 1569. Ordinato sacerdote nel 1525, si dedicò con successo alla predicazione nella Spagna meridionale (fu chiamato “l’apostolo dell’Andalusia”) e come maestro spirituale ebbe profonda influenza su san Giovanni di Dio, santa Teresa d’Avila e altri religiosi suoi contemporanei. Fu amico di sant’Ignazio di Loyola, con il quale collaborò per il consolidamento dell’ordine dei Gesuiti. Proclamato beato da Leone XIII nel 1894, fu canonizzato il 31 maggio del 1970 da Paolo VI. Nelle parole dette allora dal Papa all’omelia il miglior profilo del santo spagnolo: “La sua fama di predicatore divenne potente e risuonò rinnovatrice. San Giovanni d’Avila può essere ancor oggi maestro di predicazione, tanto più degno d’essere ascoltato e imitato quanto meno indulgente agli artifici oratori e letterari del suo tempo, e quanto più abbeverato di sapienza attinta alle fonti bibliche e patristiche… Il nome di Giovanni d’Avila è legato alla sua opera più significativa, la celebre opera ‘Audi, filia’, che è libro di magistero interiore, pieno di religiosità, di esperienza cristiana, di umana bontà”.
E ancora, sempre Paolo VI: “Avila fu scrittore fecondo. Aspetto anche questo che lo avvicina a noi mirabilmente e ci offre la sua conversazione, quella d’un Santo. E poi l’azione. Un’azione varia e instancabile: corrispondenza, animazione di gruppi spirituali, di sacerdoti specialmente, conversione di anime grandi…, fondazione di collegi per il clero e per la gioventù. Una grande figura davvero!”. (p.i.)

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