Credere o non credere?

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page
VATICANO – “Credere o non credere in Dio è una domanda che interpella tutti e che richiede a ciascuno di essere presa sul serio, qualunque risposta le si dia. Altrimenti restiamo alla superficie di noi stessi e ci consegniamo alla banalità e all’insignificanza”. Ne è convinto il card. Camillo Ruini, già presidente della Cei e attuale presidente del Comitato dei vescovi italiani per il progetto culturale. E’ da oggi in libreria il libro “Intervista su Dio. Le parole della fede, il cammino della ragione” (ed. Mondadori 2012, pp. 300), nel quale, rispondendo alle domande del giornalista di “Avvenire” Andrea Galli, il card. Ruini accompagna il lettore “sulle tracce di Dio” per aiutare, spiega, “chi crede, ad avere una consapevolezza più esplicita delle ragioni della propria fede, e a fare così unità nella propria coscienza di credente”; chi “vorrebbe credere, ma è incerto e perplesso”, a trovare “un aiuto a liberarsi dalle difficoltà che lo bloccano e a rafforzarsi invece nelle motivazioni per credere”. Presentiamo alcuni spunti di riflessione tratti dal volume, articolato in tredici capitoli tematici preceduti da un’introduzione.

Intelligenza e ricerca. “Dedicare la nostra intelligenza alla ricerca di Dio” non è “l’unico modo per trovarlo, e nemmeno il più importante. È però un aspetto da cui non si può prescindere, se non vogliamo creare una frattura in noi stessi, per la quale con il desiderio del cuore possiamo essere credenti, ma l’intelligenza non sa il perché, o addirittura è convinta che di Dio non si possa sapere nulla, e forse non ci sia”.

Tecnologie ed antropologia. “Personalmente non amo e non condivido le tendenze” a “considerare negativamente le tecnologie: non solo perché esse hanno enormemente migliorato le condizioni pratiche della nostra esistenza, ma più radicalmente perché sono frutto dell’intelligenza umana”, cioè di quello che “ci fa essere a immagine di Dio”. Ma “ciò non significa” che esse “non debbano essere sottoposte a un discernimento” che “rimanda a criteri antropologici ed etici”.

Infinito e senso del limite. “All’origine della nostra ricerca di Dio sta anzitutto l’apertura illimitata del nostro spirito che si esprime nel nostri interrogarci e nel nostro desiderare senza limiti”; un’apertura che “è però inseparabile dall’esperienza del limite che a sua volta ci accompagna in ogni dimensione dell’esistenza”. Proprio “lo stare insieme dell’apertura all’infinito e dell’esperienza del limite ci spinge a cercare qualcosa, o qualcuno, che possa corrispondere a tale apertura e non essere, a sua volta, prigioniero di limiti”.

Impegno e rigore. Alla domanda su Dio “dobbiamo cercare di rispondere con il massimo impegno intellettuale e il massimo rigore possibile”, pur nella consapevolezza che “non si tratta di una questione puramente intellettuale e teoretica. Non possiamo escludere la ragione dal nostro rapporto con Dio e non c’è, in realtà, alcun valido motivo per farlo”.

Ordine e ordinatore. Le due domande sull’esistenza della realtà e sull’intelligibiltà della natura hanno uno stretto legame reciproco”: in entrambi i casi “l’insufficienza di ciò di cui abbiamo diretta esperienza ci spinge a cercare una sua spiegazione al di là dell’esperienza” e “il concetto di ordine richiama in maniera più spontanea la necessità di un ordinatore”. “Mantenere ferma la distinzione tra ambito scientifico e filosofico non significa” che “l’immagine dell’universo e della vita attualmente proposta dalle scienze non sia del più alto interesse per l’approccio a Dio dell’uomo comune, della filosofia e della teologia”.

Libertà e bene. “La nostra libertà non è qualcosa di totalmente indeterminato, che faccia riferimento soltanto a se stesso”; è invece “intrinsecamente rivolta a ciò che ci appare desiderabile, che consideriamo cioè un bene per noi”. “Impostare la propria esistenza prescindendo dal valore e dall’obbligazione morale” implica “la rinuncia a ciò che ci qualifica più profondamente come uomini e che è richiesto dalla nostra stessa coscienza”.

Onnipotenza e non essere. “Dio è onnipotente nel senso che può porre in essere tutto ciò che è assolutamente possibile, ossia in se steso non contraddittorio. Ciò che invece è contraddittorio è semplicemente il nulla, il non essere”: solo “il nulla può sottrarsi alla potenza di Dio”. “Il problema del male può costituire una forte obiezione contro Dio ma non può, sul piano della coerenza logica, indurci ad ammettere la presenza del male in Dio”.

La verità della fede. “La rivendicazione della verità della propria fede” è “spesso ritenuta oggi ‘politicamente non corretta’. E’ però irrinunciabile per un cristiano”, come “per un musulmano e per ogni autentico credente”, e “non contrasta affatto con la libertà sociale e civile in materia religiosa”.

Ascolto umile. “La certezza riguardo a Dio è profondamente diversa da ogni certezza mondana”; essa “viene sempre da lui prima che da noi, perché la nostra stessa ragione proviene da lui e perché soltanto attraverso il dono della fede questa certezza” può diventare “forte e piena”. Una “certezza” per la quale “è decisivo assumere un atteggiamento di ‘ascolto umile’”.

Un Dio amico dell’uomo. Oggi “è della più grande importanza che il Dio in cui credere non sia semplicemente l’essere assoluto, ma il Dio vicino, amico e salvatore dell’uomo, il Dio di Gesù Cristo” che “ha scelto liberamente di donarsi a noi”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *