Pietro Grasso, Liberi Tutti

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso è stato ospite presso il circolo velico di San Benedetto del Tronto per presentare il suo ultimo libro dal titolo Liberi tutti.
L’incontro è stato organizzato dalla libreria la Bibliofila in collaborazione con il circolo velico e l’amministrazione comunale di San Benedetto del Tronto.

Le riflessioni del procuratore nazionale Antimafia. 

Liberi tutti.
Pietro Grasso: “Oggi si può morire di mafia essendo vittima della violenza mafiosa oppure si può morire di mafia voltandosi dall’altra parte o cercando di non vedere quello che avviene intorno, cercando di sfruttare il sistema mafioso per i privilegi e i compromessi per tutto quello che significa avere un favore dai potenti.
Parliamo di mafia intendendo per mafia tutte le criminalità organizzate che sono di tipo mafioso e hanno le stesse caratteristiche, non solo la mafia siciliano.
Bisogna ricordarsi come disse Buscetta “la mafia è una creazione letteraria, noi ci chiamiamo cosa nostra”.
Falcone sosteneva che se la mafia fosse stata soltanto un fenomeno criminale già sarebbe stata sconfitta da tempo, ma purtroppo si inserisce in un sistema sociale economico e politico che rende il fenomeno complesso e questo giustifica anche le centinaia di anni della sua esistenza e la difficoltà nel distruggerla completamente.
Liberi tutti, non è un invito alla libertà, ma in realtà si tratta di un gioco che facevo da ragazzo, il nascondino, da bambino facendo questo gioco cercavo di rimanere sempre per ultimo per liberare tutti i miei compagni. Sentivo questa spinta nel rendermi utile verso gli altri.
Quando la maestra ci faceva fare i primi temi a scuola e ci chiedeva cosa volessimo fare da grandi, io scrissi subito che volevo fare il magistrato perché vivevamo in un mondo di violenza, vedevamo i cadaveri per strada con le vedove piangenti. Per un ragazzo vedere queste cose e non avere nessuna reazione era assurdo.
Io iniziai a chiedermi perché succedeva tutto questo.
Nel contempo un giorno vidi una fotografia con un magistrato che faceva un sopralluogo in uno di questi eventi, ne fui colpito e decisi in quel momento di fare il giudice.
Fui fortunato perché c’erano delle cose che in quei tempi, negli anni 60 erano veramente eccezionali.
Il caso più eclatante fu quando un albergatore fu accoltellato dalla mafia, e fu ricoverato all’ospedale, a quel punto i mafiosi ebbero l’ardire di entrare in ospedale con il camice bianco con sotto i mitra e lo finirono lì.
Questo è uno dei tanti esempi della violenza che si cominciava a palpare e a percepire.

Il welfare e la mafia
I tempi sono cambiati, però ricordo un episodio, una volta interrogando un boss mafioso, un collaboratore di giustizia nel corso dell’intervallo gli chiesi, secondo lei la mafia quando finirà?
Il boss mi rispose con una sorta di storia: “Vede dottore quando ero latitante, in realtà ero ricercato, però chi aveva bisogno di me, riusciva a trovarmi. Un giorno mi venne a trovare un ragazzo di 28 anni che mi disse, ho una bambina di otto mesi che piange perché ha fame, non ho i soldi per comprarle il latte. Io scrissi un pizzino, ad un costruttore che usava i miei soldi e che non mi poteva dire di no. Senza assunzione e sottopagato venne chiamato. Dopo una settimana il ragazzo tornò da me  e mi disse grazie. La bambina dormiva sogni tranquilli ed era sazia. A quel punto mi disse cosa poteva fare per me, gli dissi che mi doveva dare i suoi documenti. Con quei documenti potevo farci tutti, con le generalità di una persona incensurata.  Sa dottore quel ragazzo dandomi i suoi documenti diventava un favoreggiatore di un pericoloso boss mafioso rischiando  una pena fino a 5 anni. Fin che quel ragazzo verrà a cercare noi e non verrà da voi, la mafia non finirà mai.”
Ci sono dei comportamenti dei bisogni che diventano criminogeni in un contesto in cui c’è tanta differenza sociale, disoccupazione e bisogno di lavoro. La mafia non è soltanto un problema criminale ma anche economico sociale. La politica deve trovare le soluzioni di crescita e di sviluppo soprattutto per dare un futuro ai giovani.
Le confische non bastano ci vuole tanto altro e il bisogno è un fattore importante. La mafia, come in certi posti la politica clientelare è fondato su una differenza di status, di chi ha bisogno e di chi promette di risolvere i bisogni.
Spesso si verifica uno scambio tra un consenso che viene raccolto dalla mafia e consegnato a chi ne ha bisogno al momento delle consultazione elettorale.
In questo rapporto di scambio e di intermediazione ricordo un episodio che mi è successo personalmente.
Appena laureato incominciai a fare tutti i concorsi possibili.
Feci un concorso per funzionario al comune di Palermo, mi presentai agli scritti e poi non ne seppi più niente, intanto vinsi un concorso in magistratura e iniziai a lavorare.
Dopo dieci anni mi telefonò dall’ufficio personale del comune di Palermo dicendomi, sono veramente contento di informarla che lei è stato ammesso agli orali, ha avuto anche 8 in diritto amministrativo.
Gli risposi che mi faceva piacere e gli chiesi come mai tutto questo tempo.
Lui mi rispose che c’erano stati dei problemi nella commissione, e mi aggiunse: deve anche sapere che i concorrenti ne erano 8.000 e i posti ne erano 8.  
Se si fosse risolto in breve tempo il problema del concorso si sarebbero accontentati 8 e scontentati tutti gli altri, con il tempo invece tanti si andavano a sistemare e il numero scendeva di chi aveva fatto delle promesse per ottenere quel posto al momento delle consultazioni elettorali.
C’è una vera e propria strategia che cerca di mantenere il bisogno della gente  per mantenere dei sudditi invece che dei cittadini liberi.

La lotta la mafia e la politica
Il rapporto mafia e politica è sempre stato oggetto di valutazione e di polemiche.
Una volta un collaboratore di giustizia mi disse: mafia e politica sono come l’acqua e i pesci, nessuno può fare a meno dell’altro.
I mafiosi sono collegati con un aria grigia fatta da: imprenditori, tecnici, commercialisti, professionisti, burocrati e politici.
Un esempio, Totò Rina era collegato con il politico locale, Vito Ciancimino che era collegato con un commercialista che era collegato con un avvocato di fama internazionale. Vedete che bastava poco, per far investire i soldi della mafia in giro per il mondo.
In un pizzino inviato a Provenzano gli si chiedeva un appoggio da un politico per avere delle concessioni per gli appalti, in un altro pizzino gli si chiedeva un appoggio politico perché da loro non avevano più potere deterrente in quanto “a Trapani hanno arrestato pure i piedi delle sedie”. Più aumenta la repressione più si mette in crisi i rapporti delle relazioni esterne che la mafia ha con il resto della società, con l’aria grigia e per questo anche con la politica.

I giovani e la speranza
I giovani preferiscono i testimoni che dimostrano i fatti con la propria vita. I maestri di solito dicono quello che devi fare, ma non sempre sono coerenti. Ci servono maestri che siano anche testimoni. È importante la formazione e l’insegnamento. Bisogna avere la speranza di cambiare il mondo, perché nel tempo ci sono state utopie che sono state realizzate. L’utopia ha un valore notevole quando è portata avanti dalla speranza.
Un esempio toccante: Due ragazzine di 11 e 13 anni spinsero la madre che era stata arrestata per associazione mafiosa a collaborare con la giustizia a costo di denunciare il padre. La madre aveva visto il marito ritirarsi con i vestiti macchiati di sangue la notte di un omicidio.
I bambini che spingono gli adulti dalla parte dello stato nella lotta con la mafia.
In passato i figli dei mafiosi erano rispettate come i genitori, invece adesso c’è stata una rivoluzione culturale.
Tutti noi dobbiamo contribuire a debellare questo male che è la mafia.

Durante la serata è stata portata la testimonianza diretta dell’imprenditore Vincenzo Conticello che nel 2005 si ribellò alla mafia e che da quel momento vive sotto scorta.

Vi consigliamo di leggere il libro del Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso, Liberi tutti.

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