La risposta dei giovani alla mafia

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ITALIA –  “La passione per la giustizia. La difesa dei deboli. L’urgenza della coerenza. E la capacità di pagare di persona”. È questa, secondo Ina Siviglia, docente di antropologia teologica alla Facoltà teologica di Sicilia, l’eredità che ci hanno lasciato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. “Un’eredità di valori – prosegue nell’intervista rilasciata a Lorena Leonardi per il Sir – difficile da accogliere, perché non si tratta di un’acquisizione di ordine personale, ma bisognosa di coralità, a livello sociale, politico ed ecclesiale”.

Come accogliere un’eredità tanto preziosa quanto delicata?
“Non bisogna chiudersi nel privato, ma uscire allo scoperto con un senso di appartenenza forte e l’identità di una società che espelle il male e coloro che lo compiono. Anche il cristiano è tale se esercita la cittadinanza. Gli uomini di buona volontà vogliono costruire una nuova civiltà, quella dell’amore. Bisogna sviluppare la capacità di coniugare vita civile e istanze del Vangelo. Nella loro vita, Falcone e Borsellino hanno cercato di ottenere la giustizia con mezzi non violenti, e hanno trasmesso la loro fame e sete di giustizia non solo ai siciliani, ma a tutto il Paese”.

A livello di formazione, le scuole sono molto attive nella proposta di legalità. Come valuta la risposta dei giovani?
“Parlare dei giovani implica parlare degli adulti. Senza una classe docente attrezzata con competenze specifiche che educhi davvero alla legalità, non abbiamo fatto nulla. Le iniziative senza continuità non bastano. Tutti i docenti, sia quelli credenti, per i quali questa responsabilità è un ministero ecclesiale di educazione, ma anche i non credenti, sono chiamati in prima persona a dimostrare coerenza tra valori e scelte. Solo i modelli convincenti scuotono i giovani dalla loro indifferenza e li aiutano a porsi domande di senso, non solo religiose ma civili, sociali. Assistiamo all’assenza dei giovani dagli appuntamenti civili, eppure ci sono tantissimi bravi ragazzi che aspettano che gli adulti sveglino le loro coscienze”.

È recente la notizia della beatificazione di don Pino Puglisi, che contro la mafia si è schierato così tanto da rimetterci la vita. Dalla religione la mafia è abituata a mutuare termini e riti. Come è cambiato, in questi anni, l’atteggiamento della Chiesa rispetto alla mafia?
“Si è capito che l’omertà non è prudenza, ma disvalore. Quella di don Pino Puglisi è l’esperienza della Chiesa concentrata in una sola persona. La motivazione scelta dal Papa è la beatificazione in odium fidei, l’hanno ucciso odiando la fede. Non è un discorso legato solo alla persona, che sicuramente ha incarnato eroicamente il vangelo, ma a tutta la Chiesa da lui rappresentata. Non era fuori dal coro, rappresentava il coro. E ci dice che è possibile essere araldi del Vangelo e contemporaneamente profeti per la società”.

E la mafia, come ha modificato il proprio comportamento nei confronti della Chiesa?
“La mafia ha inventato questa sorta di vita parallela alla Chiesa, per non essere coinvolta né disturbata. Solo che si tratta di due piste che si escludono categoricamente. Da parte dei mafiosi c’è un devozionismo dettato dalla paura che ogni tanto serpeggia, e allora si invoca un Dio che perdona anche se non ci si converte con tutto il cuore. Si tratta di un uso inaccettabile della religione coniugato ad una ignoranza invincibile, volto a rendersi credibili nei clan famigliari”.

A quali figure potrebbe ispirarsi un giovane “affamato” di legalità?
“Oltre a Falcone e Borsellino, Martin Luther King, Gandhi, il giudice Livatino. È con la memoria del passato che ci si proietta nel futuro. La storia, anche quella della mafia, va recuperata. Per poter comprendere come l’idea di testimonianza, unita al martirio, faccia di queste persone ordinarie delle personalità straordinarie cui ispirarsi. C’è poi la santità esplicita di padre Pino Puglisi, che rimanda ad una incarnazione del Vangelo nella storia”.

Quali antidoti alla mafia dovremmo adoperare affinché la società civile sia libera da ogni complicità?
“L’educazione alla cittadinanza e l’esercizio della cittadinanza. Con la partecipazione al corpo sociale e senza sfuggire all’impegno in prima persona, bisogna agire sul piano culturale e morale mediante le agenzie educative, ossia famiglie, parrocchie, scuole, università, associazioni. L’obiettivo è il collegamento in rete di quanti agiscono in ordine all’educazione: se non ripartiamo da qui, le azioni sono isolate, e quindi inefficaci. Un altro aspetto è fondamentale: il lavoro. Più i giovani sono occupati, più basso è il livello di adesione alla mafia. Investire sul lavoro in Sicilia, e nel Sud in genere, significa partecipare alla promozione umana che libera dalla schiavitù”.

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